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lunedì, ottobre 20, 2003
La fatica si sussegue e dilaga nei fine settimana. Mi interrogo sulla verità delle cose, ruminazioni giustificate solo da stati d'animo opachi e uggiosi.
Sono veri o falsi i sogni? Il padre che ho sognato l'altra notte, sorridente, ma muto; enigmatico e inquietante; solo, di una solitudine irreversibile: quel padre è vero o falso? O è falso il padre e vero il sogno?
Le emozioni - poche - che provo, sono vere o false? Oppure quali sono vere e quali false? Rileggo per la centesima volta le ultime righe del Deserto dei Tartari e piango: sono vere queste emozioni, o mi attraversano semplicemente, perchè così intendeva Buzzati? E' tutto finto, tutto posticcio; ecco, questo pensiero dovrei scacciarlo, se mi voglio un pò bene.
Cosa faccio? Sul lavoro mi trascino; a casa anche. Quel poco che scrivo lo faccio - appunto - per disciplina, ma che fatica! Càpito nel blog intellettual-politico, rimango invischiato, mi estorco qualche commento e in fondo non volevo, poi rileggo, ma è troppo tardi. Di nuovo tutto finto, tutto posticcio...via! via! pensiero della malora!
-Depakin 200 mg una compressa per tre.
-EN, 30 gtt, ho iniziato a riprenderlo alla sera, non è che mi aiuti molto.
Baldini lo vedo mercoledì. Al telefono mi hanno passato il dott. Miglietta, nonostante dicessi all’infermiera che non era necessario. Purtroppo è stato gentile, costringendomi per un attimo a riorganizzare le mie categorie mentali. E’ lui che mi ha consigliato di riprendere l'EN. L'ho ringraziato, lui mi ha ringraziato, e in quell'istante la voce l'ha tradito. Una lieve distorsione timbrica, un percettibile affollamento delle parole, così, a far presto e chiudere la telefonata: non gli importava nulla di me in quel momento, solo di sentirsi gentile. Gentilezza finta e posticcia. Mi sono tranquillizzato.
martedì, ottobre 21, 2003
In mattinata sono passato dal ferramenta per vedere se potevano sostituirmi la serratura di casa. Ho mostrato la chiave, il titolare ha detto, le mando il ragazzo nel pomeriggio; se può, le fa il lavoro in un'oretta.
Sono uscito all'una dall'ufficio, ho attraversato la città, strana a quell'ora, o forse strano ero io, fuori dalle abitudini di lavoro.
Sono arrivato a casa e ho messo un pò in ordine per non far troppo brutta figura. Tutto sommato, però, non c'è stato molto da sistemare. Così ho aspettato sdraiato sul letto, più o meno nella posizione del morto, e ho pensato alle reazioni di mia madre quando vedrà che la chiave non apre.
Ci sono strie nere sopra i termosifoni. Dovrei ridare il bianco. Soprattutto il soffitto ne avrebbe bisogno. Pensavo a questo e stavo appena slittando nel sonno - anche la scorsa notte non ho dormito - quando il campanello ha suonato.
Il ragazzo ha cinquant'anni , un'espressione rassegnata e mani ferruginose.
"Sono quello della serratura", ha detto. Ci siamo salutati.
Poi, indicando la toppa, ha domandato: "E' questa?".
Ho confermato.
"Perchè la vuole cambiare? Sembra in ordine". Ha aperto la borsa degli attrezzi, quindi, senza aspettarsi risposta, ha proseguito: "Mi passa la chiave, per favore?".
Gliel'ho porta e ho trovato la scusa che avevo perso l'originale e volevo sostituire la serratura per quel motivo.
"Bastava fare una copia di questa", ha replicato, continuando ad armeggiare intorno alla porta. Poi, seguendo un filo di pensieri in sottofondo, ha aggiunto: "Ah, ho capito. Ha paura che le entrino in casa...".
"Si, non si sa mai", ho detto, troncando il discorso. Poi gli ho chiesto se voleva bere qualcosa o prendere un caffè.
"Un caffè, grazie".
Sono andato ai fornelli e ho messo su la moka.
Il caffè è salito, l'ho invitato ad accomodarsi in cucina, approfittando del fatto che avevo appena pulito.
"Lo sa che queste serrature ci vuole niente ad aprirle?" ha detto lui, sorseggiando il caffè.
"Non importa, non c'è molto da rubare qui", ho risposto.
Mi ha guardato. "Beh, ma allora, veramente, bastava fare una copia della chiave. Spendeva molto meno".
Ho detto: "Non si preoccupi. Ormai siamo qui, la cambi pure".
Ha ripreso a lavorare. Gli è scappato il cacciavite e ha fatto una riga sul legno della porta. Si è voltato ad incontrare il mio sguardo. Io lo stavo osservando, così ha detto: "Qui basta un pò d'olio per mobili e non si vede più niente, stia tranquillo". Ho annuito.
L'uomo ha un suo ritmo, una cadenza personale rilassata, ma operosa. E' abituato a lavorare mentre altri lo osservano, anzi, direi che preferisce. Parla anche volentieri.
"A dei nostri clienti sono entrati i ladri in casa", racconta, "a dire il vero loro avevano anche la porta blindata e l'allarme, però era d'estate, erano in vacanza e quelli là hanno avuto tutto il tempo per fare i loro comodi".
Si volta, cerca cenni di assenso, che rimando.
"Insomma, a farla breve, lo sa che per il dispetto di non aver trovato niente, quelli - che poi forse erano zingari - gli hanno fatto delle schifezze che non sto a dire... hanno sporcato tutto, gliel'hanno fatta sul letto e nei cassetti. Uno schifo. Si può immaginare la scena e il puzzo quando i padroni di casa sono tornati dopo una settimana?".
"Mi immagino il puzzo", ho detto io.
"Eh si", ha concluso lui, "Comunque qui mi pare un palazzo che non attira i ladri. Ormai ci ho l'occhio. E poi in un bilocale è difficile".
Poi mi ha raccontato altri due aneddoti meno interessanti. Io mi stavo annoiando.
Alla fine mi ha consegnato le chiavi nuove. Ha dato con soddisfazione due mandate di prova - clak, clak - avanti e indietro, a dimostrazione del lavoro ben fatto, e mi ha detto di passare in ferramenta a saldare il conto.
Io adesso mi sento più libero.
giovedì, ottobre 23, 2003
Ieri Stefania è passata dall'ufficio. Aveva perso il treno e non riusciva a rintracciare Di Giacomo sul cellulare, così ha pensato di aspettarlo in ufficio. Ci siamo detti che era un pò che non ci vedevamo. Poi siamo rimasti imbarazzati a cercare argomenti.
Così le ho detto: "Lui parla sempre di te". Lei si è illuminata di un sorriso biondo e mi ha ispirato una specie di tenerezza. Stefania dev'essere una brava ragazza. Anche sveglia, direi.
"Non dovevamo uscire una sera, si era detto?", mi ha chiesto simpaticamente, "…sabato prossimo, per esempio. Ci sono anche Alessandra e Milena".
Ho risposto che per il fine settimana sono impegnato. Si farà più avanti, ho aggiunto.
Stefania credo che sappia molto di me. Di Giacomo deve averle fatto una testa così. Quindi non ha insistito. Ha eluso con stile. Ha parlato del più e del meno, si è raccolta i capelli, poi con naturalezza li ha lasciati piovere sulle spalle. Intanto si guardava intorno. Osservava la trasandatezza che io e Di Giacomo non riusciamo più a notare. Lo faceva con tale attenzione che anch’io l’ho riconosciuta e ho detto: “C’è un po’ di disordine, ma siamo qui provvisori”. Poi ho fatto finta di prendere carte dallo schedario, di trafficare con il computer come se avessi urgenza di finire qualcosa.
Lei ha guardato l’orologio.
"Beh, ascolta, digli che sono passata di qua. Adesso sento Milano. Se posso rimandare me ne torno a casa. Digli di provare a darmi un colpo di telefono, se vuole che ci mettiamo d'accordo per la serata".
Ho detto va bene. Le ho dato la mano, ma forse si aspettava quei saluti coi baci che mi imbarazzano. Perchè c'è stato un movimento sospeso, come un'intenzione di guance che si protendono e si perdono. Ho recuperato la spontaneità del saluto con una stretta di mano elastica e una rotazione quasi naturale del corpo, avviandomi con lei alla porta. L'ho seguita allontanarsi con passo deciso, il telefonino perso fra i capelli biondi. Sono tornato alla scrivania, ho provato a rintracciare Di Giacomo, e lui ha risposto.
“Ero negli scantinati del comune", ha detto, "laggiù non prende. Adesso, invece, mi da quattro tacche”.
Ci sono due persone in sala d’aspetto oggi, cioè ieri.
Un signore dall’aria ansiosa: guarda continuamente l’ora e non riesce proprio a concentrarsi sulla rivista che ha in mano. Dopo cinque minuti viene chiamato dal dott. Miglietta. Non avrebbe resistito di più.
La signora accanto all’estintore ha l’aria apparentemente gioviale. E’ robusta, la faccia bella tonda. Guarda oltre la finestra, guarda me e sorride. Le rispondo con un cenno di affabilità e mi ricaccio nel giornale. Provo un lieve e indefinito disagio.
Si affaccia l’infermiera Chiara: “Signora, si accomodi pure nello studio della dottoressa”.
La signora si alza con fatica, recupera la borsetta, si avvia caracollando verso la porta e, sempre sorridendo, mi saluta: “La lascio solo. Buona giornata”.
Ho risposto buona giornata a lei.
Potevo non rispondere, in fondo. Ogni sorriso ha una specifica qualità e a ripensarci non sono così sicuro della benevolenza del suo: la lascio solo, ha detto, mica buona giornata e basta.
Sono le tre e mezza. Sono l’ultimo qui in sala e fa freddo. Mi sposto in accettazione. L’infermiera Chiara è sola anche lei. Ricopia diligentemente dalle agende i nomi – i nostri disgraziati nomi – su un registro. Se mi sporgo appena dal balcone riesco a leggerli anche così: capovolti, come le loro – le nostre – vite: Di Lorenzo, Rossi, Gatti, Giananti, e altri, e altri e altri.
L’infermiera Chiara avverte il mio sguardo. Alza il suo e mi interroga con gli occhi gentili.
“Chiara”, le dico, “mi dovrebbe fare un favore…”.
Lei ascolta, con la biro sospesa sul foglio.
“Volevo fare un regalo al dott. Baldini. Pensavo a qualcosa per la casa o per sua moglie…”.
Mi interrompe: “Ma no, Gianni, non stia a disturbarsi. Non è il caso, mi creda. E poi il dott. Baldini si è separato da più di un anno. Gli regali un libro che va sempre bene. Posso chiedere se ha delle preferenze, se vuole…”.
Mi farebbe piacere, Chiara, le ho risposto. Gli chieda anche se si sente solo, ho pensato. Invece ho domandato se al CIM faranno sciopero venerdì. Lei ha risposto di si: "Eccetto Baldini e l’infermiera Lucia, che terranno aperto il servizio".
Ho replicato che anch’io non farò sciopero e terrò aperto l’ufficio.
"Ormai io e Baldini andiamo d’accordo su tutto” ho aggiunto.
Ha fatto una risatina di cortesia. Poi ha continuato a ricopiarci sul registro.
In quel momento ho sentito i passi di Baldini che arrivava.
sabato, ottobre 25, 2003
E' lo stesso. Basta scrivere. La disciplina non prevede sincronismi temporali. L'importante è certificare il tempo, dire che si esiste, dirlo a me stesso.
E' lungo - si direbbe interminabile - il corridoio del CIM, all'ora del pomeriggio in cui la luce, dalla finestra laggiù in fondo, inizia ad affiocarsi, e non resta che il pallore anemico dei neon a calare sui muri e sul pavimento di graniglia.
Mi precede il dott. Baldini ed io lo seguo. Sono passi decisi, di cuoio su pavimento, i suoi. Sono cigolii più lenti, di gomma para, i miei. Passi pazienti che seguono passi. Solitudini che avanzano in questo corridoio senza fine; solitudini allacciate da vecchie diagnosi sgualcite, da scrupoli professionali, da poteri che le sovrastano.
Sette passi dalla sala d'attesa all'accettazione; diciassette passi per arrivare alla porta dello studio; altri quattro per raggiungere la scrivania in laminato. Ma ancora non è arrivato il momento di sedersi e chiedersi come va, come si è consumato il tempo questa volta, e con quali dolori.
Ci sono tempi che si consumano, tempi che si dilatano, altri che si contraggono, e le leggi che governano questi fenomeni non sono affatto comprensibili.
Perché un giorno di ricovero - cioè di vita non vissuta – equivale, nella percezione del tempo, a un mese di libertà? Perché l'infanzia e l'adolescenza ci regalano il tempo più lento, ed insieme la noia, che mai più ritroveremo?
Perché, subito dopo, il tempo accelera fino a centrifugare le nostre esistenze? Hai appena messo il naso fuori dalla porta e già sono passati vent'anni: in un soffio sei stato defraudato, scippato, della gioventù, e quasi non te ne sei accorto. Perché?
E perché, oggi, sono intrappolato nello spazio e nel tempo di questo corridoio, dove non mi resta che rimuginare i troppi pensieri, e le troppe domande per le quali nè io, nè il dott. Baldini, abbiamo risposta?
Adesso sono seduto finalmente. Baldini anche.
Cerco gli indizi del degrado esistenziale, mentre lui prende la penna, apre la cartella, e dice "mmh". Noto solamente il maglione troppe volte indossato. Per il resto Baldini appare in ordine, non sembra mostrare alcun segno della trascuratezza che accomuna gli uomini soli.
Ma lo sarà, veramente, solo? O ci sarà qualche donna amante sorella che si occupa di lui? Sarà ancora la moglie - con la quale sicuramente mantiene buoni rapporti - a organizzargli le abitudini quotidiane? O forse c'è una Grande Madre che ha riaperto le sue ali, per accogliere il ritorno dopo il fallimento?
Baldini mi guarda negli occhi, aspetta che i miei pensieri sfollino, poi inizia.
"Allora, Gianni, che mi dice?"
Attacco a raccontare le banalità a lui note: la fatica, la lentezza, il sonno che non va, le paure e tutto il repertorio che deve sorbirsi ogni giorno. Mi tengo sul superficiale, oggi. Non ho voglia di farmi sorprendere a piangere, non ho voglia di rimestare il passato e neanche di raccontare com'è andata la vacanza con mia madre.
Parlo per luoghi comuni: quelli della malattia, dei sintomi, delle cose senza significato. Uso le parole del descrivere, non quelle del capire, e faccio galleggiare tutto in superficie, senza impegno. E' già stancante così.
Però, nei momenti in cui le parole si fermano, interrotte da certe pause assorte di Baldini che mi tengono sospeso in un silenzio anche piacevole, ecco, in quei momenti scorrono nitidi certi pensieri, ai quali non ho forza di dar voce.
Questi pensieri mi raccontano che ancora non hanno capito cosa spinge Baldini a preoccuparsi per me. Ci sono questioni grosse dietro, questo lo intuisco. Però un margine di libertà, Baldini ce l'ha, ed è in quella terra di nessuno che sta tra l'occuparsi e il preoccuparsi. Occuparsi di me, in fondo, è un suo dovere. Lui, invece, si preoccupa per me, e questa è una sua scelta.
Baldini si è trovato incastrato in questa storia, dicono i miei pensieri; però c'è uno scarto fra il mettersi a posto la coscienza, l'evitare conseguenze dannose per sè, e il preoccuparsi sinceramente per un paziente.
I miei pensieri non sanno immaginare quali siano state in passato le possibilità di scelta di Baldini. I miei pensieri credono però che io l'abbia giudicato troppo severamente. Rifletti, mi dicono adesso. Forse Baldini non ha tradito il suo destino, ma è stato costretto.
Allora, per far quadrare i conti, mi dico che l'unico spazio di libertà, l'unica scelta che gli è rimasta è quella di preoccuparsi per noi due. E lui ha scelto. Ha scelto di starmi vicino con la complicità di una guardia verso il carcerato, stando attento ad evitare inutili sofferenze per entrambi. Baldini sa che da questa prigione, da questa solitudine, non si scappa, e si è rassegnato.
E quando mi chiede come va, quando mi incoraggia, quando vuole convincermi che sia tutto finto ciò che è vero, in quel momento sta parlando a sè.
Per salvarci non ci resta che questo: ritrovarci nella solitudine dell'altro e aspettare.
Questo raccontano i miei pensieri, ma non ho la forza di dar loro voce. E quando Baldini ritorna a parlare io risalgo a galleggiare in superficie, e mi sembra strano, tanta è la pesantezza che sento dentro.
lunedì, ottobre 27, 2003
martedì, ottobre 28, 2003
mercoledì, ottobre 29, 2003
Vado in ufficio con gli occhi gonfi. Di Giacomo non dice nulla. Esce, torna, dà un'occhiata al lavoro che sto facendo: sono sempre sulla stessa pagina. So cosa pensa. Ieri mi ha detto, perchè non ti prendi qualche giorno? Non ho risposto. Poi mi ha detto qualcos'altro e non ho risposto. Scuote la testa, ma io non ci posso fare nulla. Parlare è una fatica; scrivere è un calvario, con le parole appiccicate al cervello che non si scollano.
Guardo il blog e mi fa tristezza così inaridito.
Domani ricopierò. O un altro giorno.
domenica, novembre 02, 2003
lunedì, novembre 03, 2003
Un sogno del dormiveglia. Questa mattina.
Cammino per la mia città e mi perdo. Cerco di ritrovare il cammino, ma sono disorientato dall'intreccio di strade senza nome. Le percorro a caso, e arrivo nei quartieri periferici di una città in macerie. E' Sarajevo, Beirut, Grozny. E' la periferia di tante città bombardate, ferite e abbandonate.
Questa non è più la mia città, penso, mentre vago senza meta.
Non c'è nessuno in giro. Cammino per ore - per il tempo dei sogni - costeggiando cumuli di calcinacci, grovigli di ferro e cemento, muri anneriti dagli incendi.
Mi aggiro fra abitazioni sventrate, fra palazzi butterati dall'artiglieria e selciati divelti. C'è polvere, tanta polvere.
Poi entro in un androne, salgo le scale sconnesse e precarie. La ringhiera traballa, regge appena. Dai vetri spezzati spira un'aria ruvida carica di calce, che brucia la gola e agita foglie secche e pagine di giornale sparse un po' dappertutto. Percorro un corridoio, scansando sedie rotte, travi di legno, mattoni, tegole e intonaco.
E' il tempo dei sogni: il corridoio sembra non finire mai; la notte arriva all'improvviso. C'è una luce tremolante che filtra da una porta lontana, luce di candela. Avanzo con cautela, perché nel buio faccio fatica a distinguere.
Adesso sono davanti alla porta. Penso: "Sarà tutto finto? Sarà un film? Sarà un sogno?".
Ho paura. Se è un sogno, voglio tornare indietro e svegliarmi. Poi mi faccio coraggio e apro la porta.
Nella stanza - in mezzo alla stanza - seduto su una sedia c'è un uomo. Mi dà le spalle, ha il busto ricurvo, sembra stanco, forse è appisolato. Rimango qualche istante ad osservarlo, ascolto il suo respiro affaticato. Poi, non so perché, dico ad alta voce: "Io sono arrivato".
Pronuncio le parole lentamente, con la solennità di una dichiarazione, e in quel momento mi accorgo di non avere più paura.
L'uomo si volta, è anziano. La candela, appoggiata sul pavimento, ne accentua i lineamenti del volto.
Dice solo una frase: “Io sono arrivato da tempo”.
Mi avvicino, ci sorridiamo.
“Dove siamo qui? Che città è questa?”, gli domando.
“Questa, Gianni, era la bella Buenos Aires”.
Mi sorprendo: conosce il mio nome. Però - mi dico - è possibile. E' un sogno.
Ho il timore di potermi svegliare; se mi muovo, sicuramente mi sveglio. Così rimango fermo, la mano appoggiata alla maniglia.
“Siamo a Buenos Aires, quindi?” insisto.
“Buenos Aires, si. Dopo la grande solitudine”.
Sto attento a non muovermi, adesso ho paura di svegliarmi, voglio rimanere in questo sogno. Ho ancora domande da fare.
“Conosce mio padre?”, domando, “lui vive in Argentina”.
“Vivevamo tutti a Buenos Aires, c'era aria buona qui, allora”, dice l'uomo.
“Lo conosce?”, ripeto con l'ansia sulla voce.
Non mi risponde. Si solleva lentamente dalla sedia, con molta fatica.
“Io adesso devo andare”, dice, “può sedersi qui, se vuole”.
Adesso riconosco la voce di Baldini: la stanza è diventata il suo studio, e io mi trovo seduto sulla sua sedia, dietro la scrivania.
L'uomo è Baldini e non lo è. Ha preso il mio posto accanto alla porta e mi guarda con tenerezza.
“Io adesso devo proprio andare”, ripete.
Così dicendo apre la porta, e io in quel preciso istante mi sveglio. Sono le 05:14.
martedì, novembre 04, 2003
Alle 04:38 di mattina è l'insonnia che decide i miei pensieri e io subisco. Posso salvarmi solo accendendo la luce, scacciando l'insonnia con il chiarore, ritornando sveglio. Stanco, distrutto, ma definitivamente sveglio. Invece mi illudo di riaddormentarmi.
Oggi ho capito una cosa. L'insonnia non è mancanza di sonno. L'insonnia è non-sonno, è qualcosa di peggio del dormiveglia ed è qualcosa di peggio dell'essere svegli.
L'insonnia decide i miei pensieri.
In questi giorni, per esempio, ha deciso per "argentina" e "ghigliottina". Mi ha caricato dentro questi pensieri come se fossero dei topini a molla.
"Argentina" gira vorticosamente da una parte all'altra del cervello e impone mutazioni, scomposizioni, associazioni di ogni tipo.
Dapprima è un suono che rimbalza a martellarmi ossessivamente; e c'è l'immagine di un sacchetto di velluto che si apre e svuota sul tavolo una manciata di monete antiche. Quando l'ultima moneta è scesa, ritrovo il sacchetto pieno e si ricomincia da capo: di nuovo quel suono "argentino" di metallo in libertà.
Non sono sveglio e non sto sognando. Avverto le pieghe del lenzuolo e il ronzio del friigorifero, quindi non sto dormendo.
E non sto sognando nemmeno quei frammenti di sogno del dormiveglia, perchè ho ben presente che, volendo, potrei alzare il braccio, seguire il filo del paralume fino all'interruttore, e accendere. Ma il non-sonno mi blocca. Lo scarto tra la volontà e l'azione è colmato dall'illusione di poter riprendere il sonno.
Così riprende la dittatura dell'insonnia sui miei pensieri.
"Argentina" è una donna avvolta di lamè, poi di Kuki, poi di stagnole di sigarette, e con venti chili di stagnole regali un cane a un cieco, che non ha gli occhi per piangere, non piangere per me "Argentina"...
Il ciclo si ripete all'infinito e si consolida in cantilena, in filastrocca ossessiva.
Se l'assonanza mi sposta - per imperfezione del pensiero - su "ghigliottina" (che, se dio vuole non è quella dell'incubo), il ciclo è più sopportabile: il pensiero-manovella solleva la lama; il pensiero-corda si tende e fa scattare il pensiero-meccanismo-di-ritenzione; il pensiero-lama scende sul pensiero-testa-di-animale e lo decapita. Non c'è sangue. Sembra un gioco. Poi il ciclo riprende, ma è meno impegnativo.
Alle 05.55 esco dall'insonnia e decido di svegliarmi.
Questa notte riprendo il Noprom.
giovedì, novembre 06, 2003
Dal mio balcone la mia città piove. La mia anima anche.
Me lo sento dentro questo scalpiccìo di pioggia rilavata che incontro lungo i marciapiedi, le fermate degli autobus e il bianco delle strisce pedonali, lì dove si capisce se è piovuto abbastanza da pulire l’asfalto e lasciare l’acqua così limpida, a volte, che – ci penso sempre – la potrei addirittura bere, se ne avessi sete.
Oggi mi mancano l’estate e le sue corse.
Mi abituerò mai a queste stagioni che si ripetono? Mi abituerò mai alle stagioni dell’anima?
Dice Baldini: “Gianni, non lo vede il bello delle stagioni? La sua anima è un po’ così: estati e inverni. Dobbiamo solo evitare siccità e alluvioni…”.
Gli pare una bella metafora, a Baldini. Io la trovo banale. E, a dire il vero, non siamo mai riusciti ad evitare nulla. così quando arrivano le piogge autunnali io mi scopro sempre infradiciato dentro e fuori.
Al parco non c’è quasi nessuno. Soprattutto verso le cinque, quando inizia a fare scuro.
Sto un po’ lì tranquillo a guardare le ultime papere, poi mi avvio al ritorno sulla la ghiaia dei vialetti, con le gocce più grosse e rade che scendono dai rami.
Uscito dai cancelli c’è di nuovo la città e il suo viavai di anime che si nascondono con gli ombrelli da chissà quali colpe. Sono i giorni dei pentimenti e dei ripensamenti, e nessuno qui ha la coscienza pulita.
Allora mi piace affondare il collo fra i baveri del giaccone, tirar giù l’ombrello basso basso, le stecche appoggiate alla nuca, e camminare così, seguendo le fughe delle mattonelle nei pochi metri avanti, quanto basta per prevenire scontri coi passanti, e indovinare la qualita' delle loro esistenze dal modo di camminare, dalle scarpe, da quelle sporte che si trascinano dietro.
Non vedo i loro occhi e non me li sento addosso: giro per la città come al riparo di un confessionale. Quando ascolto i miei peccati mi accorgo che coincidono con la penitenza e rientro a casa appena più sereno. Prima di entrare, però, mi asciugo bene le scarpe sullo zerbino e lascio l’ombrello aperto ad asciugare sul pianerottolo.
sabato, novembre 08, 2003
E’ passata mia madre, quando non c’ero.
Ieri pomeriggio, alla fine, è riuscita a parlarmi al telefono. Ha detto che succede Gianni? stai bene? perché hai cambiato la serratura? Ha aggiunto che da qualche tempo mi vede strano; che ha paura che non prenda le medicine.
Praticamente, ha parlato sempre lei. Quando sono riuscito a interromperla, ho spiegato che avevo perso la chiave e avevo paura che qualcuno mi entrasse in casa. Le ho detto di non preoccuparsi.
“Stai tranquilla mamma”, ho detto, “non è successo nulla, poi ti faccio una copia della chiave”.
“No, non importa. Non era per quello…”, ha detto lei, aspettandosi qualche ulteriore conferma, o almeno uno straccio di senso di colpa. Invece c’è stato un silenzio appena più lungo del sopportabile, così lei si è rassegnata e ha solo detto di chiamarla se avevo bisogno per la biancheria. Ci siamo salutati con imbarazzo. Io anche con un po’ di angoscia.
Vado in cucina, vorrei prendere dell’EN, e non vorrei. Poi penso che Elena non ha mai smesso di amarmi. Talvolta lo dimentico, lo perdo, questo pensiero custode. Però ora va meglio. Ce l’ho di nuovo qui con me: aspetteremo insieme l’eclissi di luna, questa sera, se si mette al sereno.
Adesso me ne sto un pò sul letto, che tanto fuori fa freddo.
domenica, novembre 09, 2003
Dal mio balcone la mia citta' e' cieca.
Niente eclissi questa notte. Solo un coperchio di vapore che riflette il chiarore dei viali. Cerco col naso al cielo almeno un accenno di trasparenza, un sospetto di eclissi, e invece niente. Elena - mi chiedo - l'avra' vista questa benedetta luna? Rientro in casa che l'umido mi sta prendendo alle ossa. Tiro giu' un misurino di sciroppo e vado a letto.
Mi sveglio alle 10:20. C'e' il sole. Scendo a prendere il giornale, ma mi sento a disagio. Qualcuno mi guarda con insistenza. Cerco di non farci caso. Mi dirigo verso il parco, poi allungo il cammino e arrivo fino al cimitero. Chiude alle 12:30. Ho tempo di fare un giro. Compro un mazzetto di fiori strani, bianchi e gialli. Mi avvio verso la parte vecchia, con le tombe in terra. I loculi mi angosciano troppo.
Guardo le lapidi, le foto, le date di nascita e di morte. Mi soffermo a fare due calcoli sulle eta' e a stupirmi. Preferisco le tombe semplici, con una croce in marmo e basta. Marmo bianco non lucidato. Io, per esempio, non sopporterei mai una lapide di granito nero sopra la testa. Devo lasciarlo scritto da qualche parte.
Intorno c'e' un po' di gente indaffarata con fiori e bottiglie d'acqua. Quasi nessuno mi pare triste. Non so se e' un bene o un male. Se mi sentissi bene credo che mi verrebbe di sentirmi triste.
Mi vengono anche in mente certi discorsi che sentivo da mia madre quando ero piccolo. Discorsi di furti di vasi, di fiori, e di dispetti fra i familiari dei vicini di tomba, tipo la spazzatura infilata nelle siepi e altre infamie. Penso che il cimitero dovrebbe essere un luogo "buono", ma e' anche vero che forse solo i morti hanno avuto il privilegio di pentirsi del male. I vivi rimangono cattivi come sempre, uguali a come li vedi nelle dispute condominiali.
Prima di tornare all'uscita scelgo la tomba piu' bella. Non c'e' foto. Solo il nome di una donna e le date di nascita e morte, 1950 - 1978. Non c'e' nessun'altra scritta: cosi' mi piace. Qualcuno ha messo dei fiori, che la pioggia ha rovinato, e del verde. Aggiungo i miei, aggiustandoli un po'. Allontanandomi mi volto e vedo che stanno bene. Sono soddisfatto.
Adesso sono a casa. Fumo una sigaretta, mi faccio un te' e spero che la giornata finisca. E' tutto cosi' lento in questi giorni.
lunedì, novembre 10, 2003
Come fa Di Giacomo a entusiasmarsi per gli addobbi natalizi? Naturale che mi venga da maltrattarlo. Oggi è entrato in ufficio annunciando che la ditta che ha vinto l'appalto - la stessa dell'anno scorso - ha già iniziato l'installazione delle luminarie nel centro storico.
"Ti ricordi che spettacolo lo scorso anno! Mi mette un'allegria...", ha detto mentre trafficava con i manifesti nel retro.
Gli ho detto che non mi ricordavo, perchè lo scorso dicembre ero stato appena dimesso e passavo le giornate tappato in casa. Ho aggiunto che trovo immorale questa precessione consumistica del Natale, considerato che ogni anno lo anticipano di dieci giorni. Gli ho anche detto che ci stanno prendendo tutti per imbecilli. E Di Giacomo ha risposto che allora lui è un imbecille felice e io un furbo infelice, e che non gli importa nulla se il Natale lo fanno durare tutto l'anno, perchè comunque a lui le luminarie mettono allegria.
Io sono rimasto zitto e ho pensato qualcosa.
Ho pensato al Natale di molti anni fa. Ho pensato che era tutto diverso.
Ho pensato che mi piacevano le candeline vere sull'albero - le accendevamo a mezzanotte della vigilia - e non quelle elettriche con l'intermittenza.
Ho pensato che passava veramente un anno fra un Natale e l'altro, non qualche mese come capita adesso.
Ho pensato che sarebbe meglio se mi infilassi in un cinema, sia la vigilia, che il giorno di Natale.
Ho pensato che ancora una volta ci sono riusciti a farmi pensare al Natale già ai primi di novembre.
Per la strada ci faccio caso: la metà delle vetrine è contaminata da babbi natali e stelle argentate. Giusto una presenza, per ora. Passo da piazzetta del mercato, e in effetti ci sono gli operai sulle scale che collegano fili elettrici e lampadine. I vigili stanno a guardare. Saluto Brunetti che si stupisce che io abbia ripreso il lavoro.
"Già da quest'estate", preciso io.
"Mi fa piacere", dice lui, "Se non ci vediamo, allora, buon natale!".
Mi viene in mente di fare un salto in libreria, ma poi ci ripenso. Mi sento strano e anche l'ambiente non mi piace. Così torno in fretta a casa.
Mercoledì ho appuntamento con Baldini. Ricordarsi le ricette.
martedì, novembre 11, 2003
Una macchina frena sotto casa. Sento portiere che sbattono e voci di litigio.
Sento una donna allontanarsi sui tacchi veloci. Sento portiere sbattere ancora, tra stridori di gomme e accelerate nervose.
Vi conosco. E' un gioco. Tornerete altre notti, penso, mentre fisso il soffitto e aspetto che un sonno cancelli l'invidia.
domenica, novembre 23, 2003
Elena cara,
sono giorni e giorni che ci penso e non sono giorni facili.
Sto perdendo pezzi, me ne rendo conto. Ho preso ferie e consumo il tempo chiuso in casa, rigirando fra le mani una lettera sgualcita.
Sto male, e allora penso che solo una lettera forse mi aiuterebbe. Mi aiuterebbe scriverla, e ci sto provando in qualche modo, lo vedi, ma continuo a buttar giù e cancellare. Scrivere e cancellare. Una fatica inutile, in fondo, perché comunque non potrò spedirti nulla, né tu potresti rispondere, per i motivi che sappiamo.
Una lettera vera, di carta e inchiostro, come questa che tengo in mano, sarebbe un’altra cosa: sarebbe la speranza trasformata in gesto, sarebbe il fruscio di una busta oltre lo sportellino di acciaio di una buca rossa, nell’attimo preciso in cui le dita allentano la presa e si rinuncia a conoscere, a sapere il destino delle parole scritte e affidate a quel buio.
Una lettera vera sarebbe soprattutto un dubbio che consola. Il dubbio – ultima declinazione della speranza – che la busta sia finita impigliata in qualche giunzione di lamiere, o nelle pieghe del sacco, o che sia scivolata a terra durante la levata, o volata via dai carretti grigi che ingombrano i marciapiedi delle stazioni, o addirittura imboscata, dispersa, bruciata, da un portalettere disonesto e negligente.
Quante lettere avrò spedito in quegli anni? Quante volte ho aspettato una risposta che non è mai arrivata? Eppure la speranza mi ha accompagnato fino a questi giorni. La speranza di una risposta non ha mai tradito la certezza di un destino.
Vedi Elena, ad una lettera vera, di carta e inchiostro, si può affidare la responsabilità dell’attesa, dell’assenza e del silenzio, anche se il dott. Baldini mi disse che, in fondo, di che altro si tratta, se non dell’estremo pretesto per illudersi?
Questo sto pensando da giorni e giorni. Poi finalmente questa sera ho deciso. Ho deciso che forse posso ancora sperare. Devo ancora credere che qualcosa sia possibile. E cancello e scrivo, perché oggi non so fare altro.
Però non ho più il tuo indirizzo, Elena, e posso scriverti solo su uno schermo, dove le parole esauriscono in microsecondi i loro percorsi di speranza, e rimangono poi lì, incise come epitaffi di un cimitero virtuale.
Non si può ritrovare una lettera che si è perduta, ma chiunque può scovare queste pagine, se vuole, se può, veramente cercarle: è tutto così visibile e trasparente. Così inevitabile.
Qui sullo schermo lo scarto tra ciò che si spera e ciò che non si ottiene è colmato, ripianato, annullato. Se non c’è risposta, non è più questione di lettere perdute lungo il percorso: è il destinatario che si è perduto. Ostaggio perduto nell’intreccio di intenzioni malevole.
L’altro mercoledì – mi sembra passato un anno - sono andato dal dott. Baldini. Volevo proporgli di segnarmi un antidepressivo, sentivo di averne proprio bisogno: non sopportavo di passare i pomeriggi a letto, continuando coi miei mutismi a mettere in imbarazzo le persone che ho intorno – non molte a dire il vero.
Sono arrivato al CIM di pessimo umore, e anche le infermiere se ne sono accorte.
Baldini mi ha subito messo al corrente che mia madre lo aveva chiamato, preoccupata per la storia della serratura.
Ho iniziato a spiegare a Baldini tutte le buone ragioni per cui lo avevo fatto, ma il telefono – dio, come lo odio - si è messo a suonare e lui, come al solito, ha risposto.
Poi si è alzato, si è scusato – “C’è un piccolo problema”, ha detto – e si è avviato verso l’accettazione.
Io, io sono un grosso problema - ho pensato. Possibile che anche nel mondo dei problemi io debba avere un piazzamento mediocre? Che io debba essere considerato un problema di seconda scelta?
Poi lo sguardo è caduto sulla scrivania, sulla mia cartella clinica.
Era da un pò che ci pensavo e volevo farlo. Quel mercoledì l'ho fatto.
L’ho aperta, ho cercato le lettere che avevo visto il mese scorso. Ho preso la prima che mi è capitata - avevo paura cha Baldini rientrasse - l'ho tolta in fretta dalla busta e l'ho infilata nel taschino. Poi ho rimesso la busta di nuovo in mezzo alle altre nella cartella. Ma prima ho guardato bene: non c'era il mittente, solo il timbro postale di Milano. Prima che Baldini tornasse, ho rimesso tutto a posto, la cartella bene allineata come l’avevo trovata.
Baldini è rientrato dopo qualche minuto.
Mi sono subito sentito in colpa, e per tutto il colloquio ho temuto che lui si accorgesse di qualcosa. Mi sentivo trasparente, così mi sono stretto le braccia addosso, per proteggere la lettera e la mia coscienza, e me ne stavo tutto curvo su me stesso, come intirizzito dal freddo.
Alla fine non ho più nemmeno chiesto il cambiamento di terapia, avrebbe fatto troppe domande e io volevo andar via subito.
Lui è sembrato contento e ha pure detto che mi vedeva migliorato. Io non vedevo l'ora di uscire, di andare a casa, e sentirmi finalmente al sicuro. Ho guardato l’orologio con insistenza. Alla fine Baldini mi ha scritto le ricette, e ci siamo salutati.
Dal Cim a casa è stato un attimo. Ho attraversato la città natalizia come un ladro braccato. Sentivo il contrasto fra l’aria affilata e il calore nel petto, proprio lì dietro al taschino.
Appena arrivato mi sono buttato sul letto. Ho ripreso fiato, e ho cominciato a leggere.
Adesso, Elena, questa lettera sgualcita è l’ultima cosa che posseggo di te. Guizzi d’inchiostro blu, e un tratto deciso, come di parole sferzate dal vento, tutte piegate a destra.
Puoi ricordare forse? Scrivevi alla d.ssa Montanari, che poi – non so se l’hai saputo – è mancata dopo qualche anno, per un incidente stradale. Una brava persona, che sapeva come prendermi e mi ha molto aiutato
Le scrivevi – hai scritto – perché non riuscivi a parlarle al telefono.
Ecco, te la ricordi quella lettera?
Gentile dott.ssa Montanari,
ho pensato di scriverle, perché è veramente difficile riuscire a rintracciarla al telefono, e forse non riuscirei nemmeno a parlare serenamente. Tutta questa vicenda mi ha molto scosso, e da alcuni mesi sto andando da uno psicologo, che con molta pazienza mi ha permesso di mettere ordine fra le emozioni di questo periodo. Mi sento ancora molto in colpa e responsabile per quello che è capitato. Mi dico sempre che avrei dovuto accorgermi subito che Gianni non stava bene e forse avrei dovuto risolvere prima i miei problemi con i genitori, invece di aspettare che loro li scaricassero su di lui, precipitando la crisi. Soprattutto non riesco a dimenticare il viaggio in Francia e il terribile momento del ricovero. Io spero che una cosa del genere non succeda mai più.
Come le avevo già detto nel colloquio di settembre, Gianni ha continuato a telefonarmi e a scrivermi. Purtroppo i miei genitori sono molto irritati e io non riesco ad avere un rapporto sereno con loro. Il risultato è che loro non mi passano le telefonate e riesco a ricevere solo alcune lettere, quelle poche volte che riesco a precederli. Gianni sta ancora molto male. Al telefono continua a fare i soliti discorsi, ha manie di persecuzione e, per quanto ne capisco, credo che continui a sentire delle voci. Da quando ci siamo trasferiti io non l’ho più visto e sono terribilmente confusa. Sento la morte nel cuore, e nello stesso tempo una liberazione. E’ brutto da dire, ma è così. L’anno prima che ci trasferissimo è stato angosciante. Io mi sentivo fra l’incudine e il martello. Da un lato c’era Gianni e il mio affetto per lui, dall’altro i miei genitori che hanno affrontato la situazione duramente, con le denunce alla polizia e tutte le cose che le ho già raccontato. E certo Gianni non ha facilitato le cose, con le sue minacce, le telefonate anonime e i bigliettini pieni di insulti (ne allego due in modo che lei si possa rendere conto).
Gentile dottoressa, io Gianni continuo a sognarlo di notte. Gli ho voluto un bene immenso, e ancora oggi, credo. Ma non ce la faccio più. A volte ho paura di diventare malata anch’io. Sono troppo spaventata. Soprattutto non riesco a reggere le tensioni con i miei, che esplodono ogni volta che lui telefona o si fa vivo. Come lei mi ha consigliato, io ho smesso di chiamarlo, anche se è difficile. Rispondo solo alle sue telefonate, quelle che riescono a sfuggire il filtro dei miei genitori. Questo non posso negarglielo. Ho parlato col mio psicologo per sapere come comportarmi in futuro, come arrivare a dirgli che la nostra storia è finita, come evitare di ferire ancora la sua anima così sensibile. Mi ha consigliato di prendere tempo, di non fare nulla che io avverta come uno strappo o una forzatura, insomma di seguire con prudenza quello che mi sento di fare giorno per giorno. Mi ha però avvertito che Gianni non guarirà mai e che di questo devo assolutamente tener conto. Lei cosa ne pensa dottoressa? E’ giusto quello che dice il suo collega? Lei non ha casi simili a quello di Gianni, che poi sono guariti prendendo regolarmente delle medicine? In ogni caso non cambierebbe molto, ma mi aiuterebbe a prendere una decisione almeno opportuna su un piano razionale. Se Gianni non può guarire, io non credo di poter ancora aiutarlo. Bisogna essere forti per questo, e io non lo sono più. Non voglio creare illusioni e aggravare di più una situazione già così difficile.
Nel frattempo ho ripreso l’università e spero di riuscire a laurearmi il prossimo anno. Ho bisogno di crearmi un futuro e voglio lasciare questa casa quanto prima possibile, non ce la faccio più a vivere con i miei, e anche su questo sto ricevendo molto aiuto dallo psicologo.
Gentile dottoressa, mi perdoni lo sfogo e le contraddizioni, ma le ho detto che sono spaventata e confusa. So che quello che ho scritto non le servirà a chiarire ciò che probabilmente ha già chiaro. Forse mi aspetto che lei possa aiutare Gianni ad accettare la fine della nostra storia o forse mi illudo che lei possa fare al posto mio ciò che spetta solo a me, cioè dirgli chiaramente, quando sarà il momento buono per lui, che io ho bisogno di stare da sola e di pensare alla mia vita.
Come le avevo promesso, oltre ai biglietti di Gianni, le invio anche la lettera di dimissioni dell’Ospedale di Nizza, che ho finalmente ritrovato fra i cartoni del trasloco. Non so se le può servire, perché mi pare dica le stesse cose che lei mi aveva già anticipato. Per favore, se può, avverta lei la mamma di Gianni, perché non mi sento di telefonarle.
La ringrazio infinitamente per la sua pazienza. Le lascio il mio numero di telefono, se volesse avere altri chiarimenti, o se avesse bisogno di comunicare con me.
Grazie ancora.
Ho provato a chiamare quel numero, Elena. Puoi immaginare con quali emozioni. Risponde una signora di Milano, che alla terza volta si è un po’ seccata. Mi ha detto che abita lì da cinque anni e non sa chi fossero i precedenti inquilini.
Vedi, Elena, io quella lettera non l’ho mica capita.
Continuo a pensare delle cose, ma il risultato è che mi sono avvilito ancora di più e ho dovuto starmene a casa per una settimana. Domani voglio riprendere e l’unico modo per uscire da questo silenzio, da questa settimana di agonia, era scriverti, come non ho più fatto da troppo tempo. Scriverti che vent’anni sono passati e ti ho sempre nel cuore. Scriverti che in vent’anni molte cose sono cambiate e ci sono destini che pretendono di essere onorati. Scriverti che vent’anni sono passati e non hai mai smesso di amarmi, Elena.
mercoledì, novembre 26, 2003
Ieri mattina ha chiamato Ghiglione. Dice che dall'inizio dell'anno Costantini rientrerà all'anagrafe e io dovrò assolutamente prendere il suo ex-mio posto.
Ho paura, ho pensato, mentre Ghiglione parlava.
Ho misurato le pulsazioni: 27 in quindici secondi, che fa 118 al minuto. Di base ne ho 78-80. Negli anni in cui giocavo a pallavolo e andavo in bici, arrivavo fino a 58. Un bel cuore, allora.
Ho paura, adesso.
Ghiglione se n’è accorto dal lieve tremito della mia voce.
Ha chiesto: “ci sono problemi?”.
Ho detto non credo. Poi ho aggiunto che forse c’erano altri impiegati disponibili. Lui ha risposto di no, e si è perso in altri discorsi.
Ho misurato di nuovo le pulsazioni: 29 in quindici secondi.
Prima di salutarmi mi ha consigliato di sentire i miei ex-colleghi, per metterci d’accordo sul rientro.
“Con comodo”, ha concluso, “se ne parla comunque per i primi di gennaio”.
Finita la telefonata ho indossato il giaccone e mi sono piazzato fuori, davanti alla porta, a fumare una sigaretta e a guardare la pioggia fitta fitta.
Di Giacomo mi ha raggiunto con una pacca sulla spalla.
“Cosa dice Ghiglione?”, ha chiesto.
Gli ho spiegato.
E’ stato zitto per un po’. Poi ha commentato: “Magari ci ripensa…”.
Io non ho detto nulla. Ho rigirato in tasca la tua lettera, Elena, e stavo per fargliela vedere, ma lui è rientrato in ufficio dicendo, dai, che si prende freddo.
Tornando a casa ho guardato le persone lungo i marciapiedi e il loro modo di camminare, evitando le pozzanghere e i fiotti d’acqua delle gronde. Li ho immaginati compiere quei movimenti, quei passi strani quasi di danza, in una giornata senza pioggia, in una giornata di sole. E mi è sembrato tutto strano, tutto finto.
Arrivato al semaforo del viale ho premuto il pulsante e ho aspettato che uscisse il verde del passaggio pedonale. Stavo pensando a te, ma nel momento preciso in cui mi accingevo ad attraversare, un signore da dietro mi ha chiamato. Mi sono voltato e non c’era nessuno. In quel momento non passava proprio nessuno.
Allora, all’improvviso, ho collegato.
Ho collegato un tassello, Elena.
“Se Gianni non può guarire, io non credo di poter ancora aiutarlo”, hai scritto.
E se Gianni guarisce, invece?
sabato, novembre 29, 2003
Caro Elena, Baldini dovrà guarirmi. Ad ogni costo. Glielo chiederò mercoledì, così esplicito e chiaro, come non l’ho mai fatto. Ci saranno medicine nuove, per dio! Anche lo Zyprexa, se serve, perché no? O qualche antidepressivo americano. Oppure un elettroshock, se necessario. Anche a questo sono disposto.
Qualcosa dovrà fare Baldini, e darsi coraggio, e riparare i danni causati dal tuo padre maledetto. Maledetto e malvagio.
Un briciolo di coraggio, Baldini, e ci salviamo tutti e due.
E allora non ci sarà più necessità di aiutarmi, Elena. Ci sarà l’amore e basta.
Dirò addio Baldini! Vai per la tua strada. Siamo liberi adesso. Liberi di rincorrere il nostro destino, e di ridere e piangere della vita, non di quella cosa finta che sono le sedute al CIM, il mercoledì - di solito - o gli altri giorni, se ci sono impegni.
Vai Baldini! Corri anche tu verso la vita e l’amore, che c’è ancora tempo, tantissimo tempo, e la medicina salverà il corpo, non più la mente.
Mi immagino una stretta di mano definitiva e un abbraccio.
Dirò, vai adesso Baldini, non tradirlo più il tuo destino, adesso che puoi onorarlo, adesso che non devi più preoccuparti per me.
Sguardi umidi e intensi e ancora un ultimo abbraccio, come dire addio prima di partire.
Poi, noi due soli, Elena.
Però li senti, tuo padre e gli altri schifosi? Pronti a saltarci addosso di sorpresa.
Ancora stanno ben nascosti; ma li annuso nell’aria i loro fetori e gli aliti marci.
Si attivano subito quando mi sorprendono vicino alla verità, e mai come adesso tutto sta diventando così chiaro ed evidente!
Ma lo vedi, Elena, come gli altri non capiscono? Come si ostinano a immaginarsi la mia vita senza di te, senza di noi? Guarisci per te stesso; fatti amare da un’altra qualunque; lascia riposare Elena nel passato, dove è giusto che resti. Questo dicono, e non so se sono sinceri. Non so se capiscono. O forse vivono anche loro intrappolati in questa storia assurda, costretti anch’essi a tradire la coscienza e il destino per salvarsi in qualche modo. E non posso certo biasimarli, se non si rendono conto.
Io non rispondo più, Elena. Non lascio più tracce evidenti di me. Non è più necessario, adesso che ti ho ritrovato. Adesso che ho la tua lettera in mano. E la stringo forte, mio talismano carissimo, mentre passeggio per la città stordita dal fine settimana.
Nessuno, proprio nessuno, potrà farmi del male.
Guarda le pozzanghere, che bel cielo riflettono, e quante nuvole bianche mi fanno tappeto questa mattina. Ci cammino dentro perché ho belle scarpe di gomma e me li sento venir su, quelli sbuffi di vapore, ad alleggerirmi l’anima.
Dovrei solo dormire di più.
martedì, dicembre 02, 2003
E' passata mia madre, domenica. Riconosco i suoi passi già dal pianerottolo di sotto.
Ha suonato. Mi sono alzato con calma, ho chiesto chi è, poi le ho aperto la porta facendo schioccare forte le due mandate, che sentisse bene.
Ecco il miglior successo di quest'anno: guadagnarmi quei venti secondi di attesa e di rispetto; guadagnarmi quei cinque metri di libertà, dall'ingresso alla sala; cinque metri dove decido io chi passa, e più nessuno deve sorprendermi in mutande.
A lei, però, sembra strano. E’ chiaro che non si fida.
Da quando glielo avevo promesso, continua a chiedermi una copia della chiave, giusto per rassettare ogni tanto quando sono al lavoro.
Io le rispondo male e chiudiamo il discorso.
Però ne riapriamo un altro: quello delle sue telefonate a Baldini. Le faccio sapere che ho saputo. L'assalgo con una petulanza che non voglio. Lei si difende con imbarazzo, abbozza scuse, pretesti, e alla fine le scappa un "perchè tu non ti rendi conto!", che mi fa ancor più imbestialire.
Non riesco a trattenermi e urlo. Così lei si tace e chiudiamo anche il secondo discorso.
Adesso c'è silenzio. Mia madre fa finta di mettere in ordine; io metto su il solito caffè di queste occasioni. Lo beviamo abbastanza di fretta. Poi l'accompagno alla porta, le chiedo scusa non so di cosa, e ci salutiamo con gli sguardi che sfuggono di lato.
Rimango solo e mi sento solo: mi manca la rabbia, che non c’è più, tutta svaporata in pochi secondi.
C’è solo tristezza; si condensa in rivoli e mi cola addosso un po’ dappertutto.
Mi butto sul letto. I pensieri fanno strani rumori. A volte sembrano uscire dalla testa e rientrare dalle orecchie. Se chiudo gli occhi l’effetto aumenta.
Se ti penso, Elena, tutto riprende coerenza e si ricompatta nel mio cervello. Senza il minimo sforzo ritrovo ordinati i ricordi di te, sequenze precise che partono da una vecchia copisteria fuori mura e si spingono fino alla lettera che tengo in tasca.
Forse non serviranno i farmaci. Forse è l’idea di te che mi guarirà, Elena.
Ieri ho telefonato al centro. Ho dovuto insistere per parlare con Baldini. Gli ho detto che non va, che dormo poco, che ci sono altre cose che mi agitano, ma gliene parlerò mercoledì.
Ha detto, con le cure faccia così, e la mia terapia adesso è questa:
-Depakin 200 mg un compressa per tre.
-EN 8 gtt al mattino, 8 gtt a pranzo, 25 gtt prima di coricarmi.
-Noprom, un misurino, se non riesco a dormire.
domenica, dicembre 07, 2003
Baldini guariscimi!
Lo penso, mentre scribacchi frammenti di annotazioni e poi ritorni a fissarmi con la biro fra i denti e l’espressione incerta. Lo penso forte, nelle pause di silenzio fra noi. Lo penso come quando da piccolo, a messa, nella noia dell’omelia, pensavo forte di staccarmi da terra, e anche un centimetro mi sarebbe bastato per credere alla potenza dei miei desideri.
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