lunedì, ottobre 20, 2003

La fatica si sussegue e dilaga nei fine settimana. Mi interrogo sulla verità delle cose, ruminazioni giustificate solo da stati d'animo opachi e uggiosi.

 

Sono veri o falsi i sogni? Il padre che ho sognato l'altra notte, sorridente, ma muto; enigmatico e inquietante; solo, di una solitudine irreversibile: quel padre è vero o falso? O è falso il padre e vero il sogno?

Le emozioni - poche - che provo, sono vere o false? Oppure quali sono vere e quali false? Rileggo per la centesima volta le ultime righe del Deserto dei Tartari e piango: sono vere queste emozioni, o mi attraversano semplicemente, perchè così intendeva Buzzati?  E' tutto finto, tutto posticcio; ecco, questo pensiero dovrei scacciarlo, se mi voglio un pò bene.

 

Cosa faccio? Sul lavoro mi trascino; a casa anche. Quel poco che scrivo lo faccio - appunto - per disciplina, ma che fatica! Càpito nel blog intellettual-politico, rimango invischiato, mi estorco qualche commento e in fondo non volevo, poi rileggo, ma è troppo tardi. Di nuovo tutto finto, tutto posticcio...via! via! pensiero della malora!

 

-Depakin 200 mg una compressa per tre.

-EN, 30 gtt, ho iniziato a riprenderlo alla sera, non è che mi aiuti molto.

 

Baldini lo vedo mercoledì. Al telefono mi hanno passato il dott. Miglietta, nonostante dicessi all’infermiera che non era necessario. Purtroppo è stato gentile, costringendomi per un attimo a riorganizzare le mie categorie mentali. E’ lui che mi ha consigliato di riprendere l'EN. L'ho ringraziato, lui mi ha ringraziato, e in quell'istante la voce l'ha tradito. Una lieve distorsione timbrica, un percettibile affollamento delle parole, così, a far presto e chiudere la telefonata: non gli importava nulla di me in quel momento, solo di sentirsi gentile. Gentilezza finta e posticcia. Mi sono tranquillizzato.

 

 

postato da Tavor | 22:10 | commenti (11)

martedì, ottobre 21, 2003

In mattinata sono passato dal ferramenta per vedere se potevano sostituirmi la serratura di casa. Ho mostrato la chiave, il titolare ha detto, le mando il ragazzo nel pomeriggio; se può, le fa il lavoro in un'oretta.
Sono uscito all'una dall'ufficio, ho attraversato la città, strana a quell'ora, o forse strano ero io, fuori dalle abitudini di lavoro.
Sono arrivato a casa e ho messo un pò in ordine per non far troppo brutta figura. Tutto sommato, però, non c'è stato molto da sistemare. Così ho aspettato sdraiato sul letto, più o meno nella posizione del morto, e ho pensato alle reazioni di mia madre quando vedrà che la chiave non apre.
Ci sono strie nere sopra i termosifoni. Dovrei ridare il bianco. Soprattutto il soffitto ne avrebbe bisogno. Pensavo a questo e stavo appena slittando nel sonno - anche la scorsa notte non ho dormito - quando il campanello ha suonato.
Il ragazzo ha cinquant'anni , un'espressione rassegnata e mani ferruginose.
"Sono quello della serratura", ha detto. Ci siamo salutati.
Poi, indicando la toppa, ha domandato: "E' questa?".
Ho confermato.
"Perchè la vuole cambiare? Sembra in ordine". Ha aperto la borsa degli attrezzi, quindi, senza aspettarsi risposta, ha proseguito: "Mi passa la chiave, per favore?".
Gliel'ho porta e ho trovato la scusa che avevo perso l'originale e volevo sostituire la serratura per quel motivo.
"Bastava fare una copia di questa", ha replicato, continuando ad armeggiare intorno alla porta. Poi, seguendo un filo di pensieri in sottofondo, ha aggiunto: "Ah, ho capito. Ha paura che le entrino in casa...".
"Si, non si sa mai", ho detto, troncando il discorso. Poi gli ho chiesto se voleva bere qualcosa o prendere un caffè.
"Un caffè, grazie".
Sono andato ai fornelli e ho messo su la moka.

Il caffè è salito, l'ho invitato ad accomodarsi in cucina, approfittando del fatto che avevo appena pulito.
"Lo sa che queste serrature ci vuole niente ad aprirle?" ha detto lui, sorseggiando il caffè.
"Non importa, non c'è molto da rubare qui", ho risposto.
Mi ha guardato. "Beh, ma allora, veramente, bastava fare una copia della chiave. Spendeva molto meno".
Ho detto: "Non si preoccupi. Ormai siamo qui, la cambi pure".
Ha ripreso a lavorare. Gli è scappato il cacciavite e ha fatto una riga sul legno della porta. Si è voltato ad incontrare il mio sguardo. Io lo stavo osservando, così ha detto: "Qui basta un pò d'olio per mobili e non si vede più niente, stia tranquillo". Ho annuito.

L'uomo ha un suo ritmo, una cadenza personale rilassata, ma operosa. E' abituato a lavorare mentre altri lo osservano, anzi, direi che preferisce. Parla anche volentieri.
"A dei nostri clienti sono entrati i ladri in casa", racconta, "a dire il vero loro avevano anche la porta blindata e l'allarme, però era d'estate, erano in vacanza e quelli là hanno avuto tutto il tempo per fare i loro comodi".
Si volta, cerca cenni di assenso, che rimando.
"Insomma, a farla breve, lo sa che per il dispetto di non aver trovato niente, quelli - che poi forse erano zingari - gli hanno fatto delle schifezze che non sto a dire... hanno sporcato tutto, gliel'hanno fatta sul letto e nei cassetti. Uno schifo. Si può immaginare la scena e il puzzo quando i padroni di casa sono tornati dopo una settimana?".
"Mi immagino il puzzo", ho detto io.
"Eh si", ha concluso lui, "Comunque qui mi pare un palazzo che non attira i ladri. Ormai ci ho l'occhio. E poi in un bilocale è difficile".
Poi mi ha raccontato altri due aneddoti meno interessanti. Io mi stavo annoiando.

Alla fine mi ha consegnato le chiavi nuove. Ha dato con soddisfazione due mandate di prova - clak, clak - avanti e indietro, a dimostrazione del lavoro ben fatto, e mi ha detto di passare in ferramenta a saldare il conto.

Io adesso mi sento più libero.

postato da Tavor | 23:53 | commenti (4)

giovedì, ottobre 23, 2003

Ieri Stefania è passata dall'ufficio. Aveva perso il treno e non riusciva a rintracciare Di Giacomo sul cellulare, così ha pensato di aspettarlo in ufficio. Ci siamo detti che era un pò che non ci vedevamo. Poi siamo rimasti imbarazzati a cercare argomenti.

Così le ho detto: "Lui parla sempre di te". Lei si è illuminata di un sorriso biondo e mi ha ispirato una specie di tenerezza. Stefania dev'essere una brava ragazza. Anche sveglia, direi.

"Non dovevamo uscire una sera, si era detto?", mi ha chiesto simpaticamente, "…sabato prossimo, per esempio. Ci sono anche Alessandra e Milena".

Ho risposto che per il fine settimana sono impegnato. Si farà più avanti, ho aggiunto.

Stefania credo che sappia molto di me. Di Giacomo deve averle fatto una testa così. Quindi non ha insistito. Ha eluso con stile. Ha parlato del più e del meno, si è raccolta i capelli, poi con naturalezza li ha lasciati piovere sulle spalle. Intanto si guardava intorno. Osservava la trasandatezza che io e Di Giacomo non riusciamo più a notare. Lo faceva con tale attenzione che anch’io l’ho riconosciuta e ho detto: “C’è un po’ di disordine, ma siamo qui provvisori”. Poi ho fatto finta di prendere carte dallo schedario, di trafficare con il computer come se avessi urgenza di finire qualcosa.

Lei ha guardato l’orologio.

"Beh, ascolta, digli che sono passata di qua. Adesso sento Milano. Se posso rimandare me ne torno a casa. Digli di provare a darmi un colpo di telefono, se vuole che ci mettiamo d'accordo per la serata".

Ho detto va bene. Le ho dato la mano, ma forse si aspettava quei saluti coi baci che mi imbarazzano. Perchè c'è stato un movimento sospeso, come un'intenzione di guance che si protendono e si perdono. Ho recuperato la spontaneità del saluto con una stretta di mano elastica e una rotazione quasi naturale del corpo, avviandomi con lei alla porta. L'ho seguita allontanarsi con passo deciso, il telefonino perso fra i capelli biondi. Sono tornato alla scrivania, ho provato a rintracciare Di Giacomo, e lui ha risposto.

“Ero negli scantinati del comune", ha detto, "laggiù non prende. Adesso, invece, mi da quattro tacche”.

 

Ci sono due persone in sala d’aspetto oggi, cioè ieri.

Un signore dall’aria ansiosa: guarda continuamente l’ora e non riesce proprio a concentrarsi sulla rivista che ha in mano. Dopo cinque minuti viene chiamato dal dott. Miglietta. Non avrebbe resistito di più.

La signora accanto all’estintore ha l’aria apparentemente gioviale. E’ robusta, la faccia bella tonda. Guarda oltre la finestra, guarda me e sorride. Le rispondo con un cenno di affabilità e mi ricaccio nel giornale. Provo un lieve e indefinito disagio.

Si affaccia l’infermiera Chiara: “Signora, si accomodi pure nello studio della dottoressa”.

La signora si alza con fatica, recupera la borsetta, si avvia caracollando verso la porta e, sempre sorridendo, mi saluta: “La lascio solo. Buona giornata”.

Ho risposto buona giornata a lei.

Potevo non rispondere, in fondo. Ogni sorriso ha una specifica qualità e a ripensarci non sono così sicuro della benevolenza del suo: la lascio solo, ha detto, mica buona giornata e basta.

 

Sono le tre e mezza. Sono l’ultimo qui in sala e fa freddo. Mi sposto in accettazione. L’infermiera Chiara è sola anche lei. Ricopia diligentemente dalle agende i nomi – i nostri disgraziati nomi – su un registro. Se mi sporgo appena dal balcone riesco a leggerli anche così: capovolti, come le loro – le nostre – vite: Di Lorenzo, Rossi, Gatti, Giananti, e altri, e altri e altri.

L’infermiera Chiara avverte il mio sguardo. Alza il suo e mi interroga con gli occhi gentili.

“Chiara”, le dico, “mi dovrebbe fare un favore…”.

Lei ascolta, con la biro sospesa sul foglio.

“Volevo fare un regalo al dott. Baldini. Pensavo a qualcosa per la casa o per sua moglie…”.

Mi interrompe: “Ma no, Gianni, non stia a disturbarsi. Non è il caso, mi creda. E poi il dott. Baldini si è separato da più di un anno. Gli regali un libro che va sempre bene. Posso chiedere se ha delle preferenze, se vuole…”.

Mi farebbe piacere, Chiara, le ho risposto. Gli chieda anche se si sente solo, ho pensato. Invece ho domandato se al CIM faranno sciopero venerdì. Lei ha risposto di si: "Eccetto Baldini e l’infermiera Lucia, che terranno aperto il servizio".

Ho replicato che anch’io non farò sciopero e terrò aperto l’ufficio.
"Ormai io e Baldini andiamo d’accordo su tutto” ho aggiunto.

Ha fatto una risatina di cortesia. Poi ha continuato a ricopiarci sul registro.

In quel momento ho sentito i passi di Baldini che arrivava.

postato da Tavor | 23:59 | commenti (1)

sabato, ottobre 25, 2003

E' lo stesso. Basta scrivere. La disciplina non prevede sincronismi temporali. L'importante è certificare il tempo, dire che si esiste, dirlo a me stesso.

E' lungo - si direbbe interminabile - il corridoio del CIM, all'ora del pomeriggio in cui la luce, dalla finestra laggiù in fondo, inizia ad affiocarsi, e non resta che il pallore anemico dei neon a calare sui muri e sul pavimento di graniglia. Mi precede il dott. Baldini ed io lo seguo. Sono passi decisi, di cuoio su pavimento, i suoi. Sono cigolii più lenti, di gomma para, i miei. Passi pazienti che seguono passi. Solitudini che avanzano in questo corridoio senza fine; solitudini allacciate da vecchie diagnosi sgualcite, da scrupoli professionali, da poteri che le sovrastano.
Sette passi dalla sala d'attesa all'accettazione; diciassette passi per arrivare alla porta dello studio; altri quattro per raggiungere la scrivania in laminato. Ma ancora non è arrivato il momento di sedersi e chiedersi come va, come si è consumato il tempo questa volta, e con quali dolori.

Ci sono tempi che si consumano, tempi che si dilatano, altri che si contraggono, e le leggi che governano questi fenomeni non sono affatto comprensibili.
Perché un giorno di ricovero - cioè di vita non vissuta – equivale, nella percezione del tempo, a un mese di libertà? Perché l'infanzia e l'adolescenza ci regalano il tempo più lento, ed insieme la noia, che mai più ritroveremo?
Perché, subito dopo, il tempo accelera fino a centrifugare le nostre esistenze? Hai appena messo il naso fuori dalla porta e già sono passati vent'anni: in un soffio sei stato defraudato, scippato, della gioventù, e quasi non te ne sei accorto. Perché?
E perché, oggi, sono intrappolato nello spazio e nel tempo di questo corridoio, dove non mi resta che rimuginare i troppi pensieri, e le troppe domande per le quali nè io, nè il dott. Baldini, abbiamo risposta?

Adesso sono seduto finalmente. Baldini anche.
Cerco gli indizi del degrado esistenziale, mentre lui prende la penna, apre la cartella, e dice "mmh". Noto solamente il maglione troppe volte indossato. Per il resto Baldini appare in ordine, non sembra mostrare alcun segno della trascuratezza che accomuna gli uomini soli.
Ma lo sarà, veramente, solo? O ci sarà qualche donna amante sorella che si occupa di lui? Sarà ancora la moglie - con la quale sicuramente mantiene buoni rapporti - a organizzargli le abitudini quotidiane? O forse c'è una Grande Madre che ha riaperto le sue ali, per accogliere il ritorno dopo il fallimento?

Baldini mi guarda negli occhi, aspetta che i miei pensieri sfollino, poi inizia.
"Allora, Gianni, che mi dice?"

Attacco a raccontare le banalità a lui note: la fatica, la lentezza, il sonno che non va, le paure e tutto il repertorio che deve sorbirsi ogni giorno. Mi tengo sul superficiale, oggi. Non ho voglia di farmi sorprendere a piangere, non ho voglia di rimestare il passato e neanche di raccontare com'è andata la vacanza con mia madre.
Parlo per luoghi comuni: quelli della malattia, dei sintomi, delle cose senza significato. Uso le parole del descrivere, non quelle del capire, e faccio galleggiare tutto in superficie, senza impegno. E' già stancante così.
Però, nei momenti in cui le parole si fermano, interrotte da certe pause assorte di Baldini che mi tengono sospeso in un silenzio anche piacevole, ecco, in quei momenti scorrono nitidi certi pensieri, ai quali non ho forza di dar voce.

Questi pensieri mi raccontano che ancora non hanno capito cosa spinge Baldini a preoccuparsi per me. Ci sono questioni grosse dietro, questo lo intuisco. Però un margine di libertà, Baldini ce l'ha, ed è in quella terra di nessuno che sta tra l'occuparsi e il preoccuparsi. Occuparsi di me, in fondo, è un suo dovere. Lui, invece, si preoccupa per me, e questa è una sua scelta.
Baldini si è trovato incastrato in questa storia, dicono i miei pensieri; però c'è uno scarto fra il mettersi a posto la coscienza, l'evitare conseguenze dannose per sè, e il preoccuparsi sinceramente per un paziente.

I miei pensieri non sanno immaginare quali siano state in passato le possibilità di scelta di Baldini. I miei pensieri credono però che io l'abbia giudicato troppo severamente. Rifletti, mi dicono adesso. Forse Baldini non ha tradito il suo destino, ma è stato costretto.

Allora, per far quadrare i conti, mi dico che l'unico spazio di libertà, l'unica scelta che gli è rimasta è quella di preoccuparsi per noi due. E lui ha scelto. Ha scelto di starmi vicino con la complicità di una guardia verso il carcerato, stando attento ad evitare inutili sofferenze per entrambi. Baldini sa che da questa prigione, da questa solitudine, non si scappa, e si è rassegnato.
E quando mi chiede come va, quando mi incoraggia, quando vuole convincermi che sia tutto finto ciò che è vero, in quel momento sta parlando a sè.
Per salvarci non ci resta che questo: ritrovarci nella solitudine dell'altro e aspettare.

Questo raccontano i miei pensieri, ma non ho la forza di dar loro voce. E quando Baldini ritorna a parlare io risalgo a galleggiare in superficie, e mi sembra strano, tanta è la pesantezza che sento dentro.

postato da Tavor | 21:54 | commenti (2)

lunedì, ottobre 27, 2003

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martedì, ottobre 28, 2003

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mercoledì, ottobre 29, 2003

Vado in ufficio con gli occhi gonfi. Di Giacomo non dice nulla. Esce, torna, dà un'occhiata al lavoro che sto facendo: sono sempre sulla stessa pagina. So cosa pensa. Ieri mi ha detto, perchè non ti prendi qualche giorno? Non ho risposto. Poi mi ha detto qualcos'altro e non ho risposto. Scuote la testa, ma io non ci posso fare nulla. Parlare è una fatica; scrivere è un calvario, con le parole appiccicate al cervello che non si scollano.
Guardo il blog e mi fa tristezza così inaridito.
Domani ricopierò. O un altro giorno.

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domenica, novembre 02, 2003

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lunedì, novembre 03, 2003

Un sogno del dormiveglia. Questa mattina.

Cammino per la mia città e mi perdo. Cerco di ritrovare il cammino, ma sono disorientato dall'intreccio di strade senza nome. Le percorro a caso, e arrivo nei quartieri periferici di una città in macerie. E' Sarajevo, Beirut, Grozny. E' la periferia di tante città bombardate, ferite e abbandonate.
Questa non è più la mia città, penso, mentre vago senza meta.
Non c'è nessuno in giro. Cammino per ore - per il tempo dei sogni - costeggiando cumuli di calcinacci, grovigli di ferro e cemento, muri anneriti dagli incendi.
Mi aggiro fra abitazioni sventrate, fra palazzi butterati dall'artiglieria e selciati divelti. C'è polvere, tanta polvere. Poi entro in un androne, salgo le scale sconnesse e precarie. La ringhiera traballa, regge appena. Dai vetri spezzati spira un'aria ruvida carica di calce, che brucia la gola e agita foglie secche e pagine di giornale sparse un po' dappertutto. Percorro un corridoio, scansando sedie rotte, travi di legno, mattoni, tegole e intonaco.
E' il tempo dei sogni: il corridoio sembra non finire mai; la notte arriva all'improvviso. C'è una luce tremolante che filtra da una porta lontana, luce di candela. Avanzo con cautela, perché nel buio faccio fatica a distinguere.
Adesso sono davanti alla porta. Penso: "Sarà tutto finto? Sarà un film? Sarà un sogno?".
Ho paura. Se è un sogno, voglio tornare indietro e svegliarmi. Poi mi faccio coraggio e apro la porta.
Nella stanza - in mezzo alla stanza - seduto su una sedia c'è un uomo. Mi dà le spalle, ha il busto ricurvo, sembra stanco, forse è appisolato. Rimango qualche istante ad osservarlo, ascolto il suo respiro affaticato. Poi, non so perché, dico ad alta voce: "Io sono arrivato".
Pronuncio le parole lentamente, con la solennità di una dichiarazione, e in quel momento mi accorgo di non avere più paura.
L'uomo si volta, è anziano. La candela, appoggiata sul pavimento, ne accentua i lineamenti del volto.
Dice solo una frase: “Io sono arrivato da tempo”.
Mi avvicino, ci sorridiamo.
“Dove siamo qui? Che città è questa?”, gli domando.
“Questa, Gianni, era la bella Buenos Aires”.
Mi sorprendo: conosce il mio nome. Però - mi dico - è possibile. E' un sogno.
Ho il timore di potermi svegliare; se mi muovo, sicuramente mi sveglio. Così rimango fermo, la mano appoggiata alla maniglia.
“Siamo a Buenos Aires, quindi?” insisto.
“Buenos Aires, si. Dopo la grande solitudine”.
Sto attento a non muovermi, adesso ho paura di svegliarmi, voglio rimanere in questo sogno. Ho ancora domande da fare.
“Conosce mio padre?”, domando, “lui vive in Argentina”.
“Vivevamo tutti a Buenos Aires, c'era aria buona qui, allora”, dice l'uomo.
“Lo conosce?”, ripeto con l'ansia sulla voce.
Non mi risponde. Si solleva lentamente dalla sedia, con molta fatica.
“Io adesso devo andare”, dice, “può sedersi qui, se vuole”.
Adesso riconosco la voce di Baldini: la stanza è diventata il suo studio, e io mi trovo seduto sulla sua sedia, dietro la scrivania.
L'uomo è Baldini e non lo è. Ha preso il mio posto accanto alla porta e mi guarda con tenerezza.
“Io adesso devo proprio andare”, ripete.
Così dicendo apre la porta, e io in quel preciso istante mi sveglio. Sono le 05:14.

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martedì, novembre 04, 2003

Alle 04:38 di mattina è l'insonnia che decide i miei pensieri e io subisco. Posso salvarmi solo accendendo la luce, scacciando l'insonnia con il chiarore, ritornando sveglio. Stanco, distrutto, ma definitivamente sveglio. Invece mi illudo di riaddormentarmi.
Oggi ho capito una cosa. L'insonnia non è mancanza di sonno. L'insonnia è non-sonno, è qualcosa di peggio del dormiveglia ed è qualcosa di peggio dell'essere svegli.
L'insonnia decide i miei pensieri.
In questi giorni, per esempio, ha deciso per "argentina" e "ghigliottina". Mi ha caricato dentro questi pensieri come se fossero dei topini a molla.
"Argentina" gira vorticosamente da una parte all'altra del cervello e impone mutazioni, scomposizioni, associazioni di ogni tipo.
Dapprima è un suono che rimbalza a martellarmi ossessivamente; e c'è l'immagine di un sacchetto di velluto che si apre e svuota sul tavolo una manciata di monete antiche. Quando l'ultima moneta è scesa, ritrovo il sacchetto pieno e si ricomincia da capo: di nuovo quel suono "argentino" di metallo in libertà.
Non sono sveglio e non sto sognando. Avverto le pieghe del lenzuolo e il ronzio del friigorifero, quindi non sto dormendo.
E non sto sognando nemmeno quei frammenti di sogno del dormiveglia, perchè ho ben presente che, volendo, potrei alzare il braccio, seguire il filo del paralume fino all'interruttore, e accendere. Ma il non-sonno mi blocca. Lo scarto tra la volontà e l'azione è colmato dall'illusione di poter riprendere il sonno.
Così riprende la dittatura dell'insonnia sui miei pensieri.
"Argentina" è una donna avvolta di lamè, poi di Kuki, poi di stagnole di sigarette, e con venti chili di stagnole regali un cane a un cieco, che non ha gli occhi per piangere, non piangere per me "Argentina"...
Il ciclo si ripete all'infinito e si consolida in cantilena, in filastrocca ossessiva.
Se l'assonanza mi sposta - per imperfezione del pensiero - su "ghigliottina" (che, se dio vuole non è quella dell'incubo), il ciclo è più sopportabile: il pensiero-manovella solleva la lama; il pensiero-corda si tende e fa scattare il pensiero-meccanismo-di-ritenzione; il pensiero-lama scende sul pensiero-testa-di-animale e lo decapita. Non c'è sangue. Sembra un gioco. Poi il ciclo riprende, ma è meno impegnativo.

Alle 05.55 esco dall'insonnia e decido di svegliarmi.
Questa notte riprendo il Noprom.

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giovedì, novembre 06, 2003

Dal mio balcone la mia città piove. La mia anima anche.

Me lo sento dentro questo scalpiccìo di pioggia rilavata che incontro lungo i marciapiedi, le fermate degli autobus e il bianco delle strisce pedonali, lì dove si capisce se è piovuto abbastanza da pulire l’asfalto e lasciare l’acqua così limpida, a volte, che – ci penso sempre – la potrei addirittura bere, se ne avessi sete.

Oggi mi mancano l’estate e le sue corse.

 

Mi abituerò mai a queste stagioni che si ripetono? Mi abituerò mai alle stagioni dell’anima?

Dice Baldini: “Gianni, non lo vede il bello delle stagioni? La sua anima è un po’ così: estati e inverni. Dobbiamo solo evitare siccità e alluvioni…”.

Gli pare una bella metafora, a Baldini. Io la trovo banale. E, a dire il vero, non siamo mai riusciti ad evitare nulla. così quando arrivano le piogge autunnali io mi scopro sempre infradiciato dentro e fuori.

Al parco non c’è quasi nessuno. Soprattutto verso le cinque, quando inizia a fare scuro.

 

Sto un po’ lì tranquillo a guardare le ultime papere, poi mi avvio al ritorno sulla la ghiaia dei vialetti, con le gocce più grosse e rade che scendono dai rami.

Uscito dai cancelli c’è di nuovo la città e il suo viavai di anime che si nascondono con gli ombrelli da chissà quali colpe. Sono i giorni dei pentimenti e dei ripensamenti, e nessuno qui ha la coscienza pulita.

Allora mi piace affondare il collo fra i baveri del giaccone, tirar giù l’ombrello basso basso, le stecche appoggiate alla nuca, e camminare così, seguendo le fughe delle mattonelle nei pochi metri avanti, quanto basta per prevenire scontri coi passanti, e indovinare la qualita' delle loro esistenze dal modo di camminare, dalle scarpe, da quelle sporte che si trascinano dietro.

Non vedo i loro occhi e non me li sento addosso: giro per la città come al riparo di un confessionale. Quando ascolto i miei peccati mi accorgo che coincidono con la penitenza e rientro a casa appena più sereno. Prima di entrare, però, mi asciugo bene le scarpe sullo zerbino e lascio l’ombrello aperto ad asciugare sul pianerottolo.

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sabato, novembre 08, 2003

E’ passata mia madre, quando non c’ero.

Ieri pomeriggio, alla fine, è riuscita a parlarmi al telefono. Ha detto che succede Gianni? stai bene? perché hai cambiato la serratura? Ha aggiunto che da qualche tempo mi vede strano; che ha paura che non prenda le medicine.

Praticamente, ha parlato sempre lei. Quando sono riuscito a interromperla, ho spiegato che avevo perso la chiave e avevo paura che qualcuno mi entrasse in casa. Le ho detto di non preoccuparsi.

“Stai tranquilla mamma”, ho detto, “non è successo nulla, poi ti faccio una copia della chiave”.

“No, non importa. Non era per quello…”, ha detto lei, aspettandosi qualche ulteriore conferma, o almeno uno straccio di senso di colpa. Invece c’è stato un silenzio appena più lungo del sopportabile, così lei si è rassegnata e ha solo detto di chiamarla se avevo bisogno per la biancheria. Ci siamo salutati con imbarazzo. Io anche con un po’ di angoscia.

 

Vado in cucina, vorrei prendere dell’EN, e non vorrei. Poi penso che Elena non ha mai smesso di amarmi. Talvolta lo dimentico, lo perdo, questo pensiero custode. Però ora va meglio. Ce l’ho di nuovo qui con me: aspetteremo insieme l’eclissi di luna, questa sera, se si mette al sereno.

Adesso me ne sto un pò sul letto, che tanto fuori fa freddo.

 

 

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domenica, novembre 09, 2003

Dal mio balcone la mia citta' e' cieca.

Niente eclissi questa notte. Solo un coperchio di vapore che riflette il chiarore dei viali. Cerco col naso al cielo almeno un accenno di trasparenza, un sospetto di eclissi, e invece niente. Elena - mi chiedo - l'avra' vista questa benedetta luna? Rientro in casa che l'umido mi sta prendendo alle ossa. Tiro giu' un misurino di sciroppo e vado a letto.

Mi sveglio alle 10:20. C'e' il sole. Scendo a prendere il giornale, ma mi sento a disagio. Qualcuno mi guarda con insistenza. Cerco di non farci caso. Mi dirigo verso il parco, poi allungo il cammino e arrivo fino al cimitero. Chiude alle 12:30. Ho tempo di fare un giro. Compro un mazzetto di fiori strani, bianchi e gialli. Mi avvio verso la parte vecchia, con le tombe in terra. I loculi mi angosciano troppo.

Guardo le lapidi, le foto, le date di nascita e di morte. Mi soffermo a fare due calcoli sulle eta' e a stupirmi. Preferisco le tombe semplici, con una croce in marmo e basta. Marmo bianco non lucidato. Io, per esempio, non sopporterei mai una lapide di granito nero sopra la testa. Devo lasciarlo scritto da qualche parte.

Intorno c'e' un po' di gente indaffarata con fiori e bottiglie d'acqua. Quasi nessuno mi pare triste. Non so se e' un bene o un male. Se mi sentissi bene credo che mi verrebbe di sentirmi triste.

Mi vengono anche in mente certi discorsi che sentivo da mia madre quando ero piccolo. Discorsi di furti di vasi, di fiori, e di dispetti fra i familiari dei vicini di tomba, tipo la spazzatura infilata nelle siepi e altre infamie. Penso che il cimitero dovrebbe essere un luogo "buono", ma e' anche vero che forse solo i morti hanno avuto il privilegio di pentirsi del male. I vivi rimangono cattivi come sempre, uguali a come li vedi nelle dispute condominiali.

Prima di tornare all'uscita scelgo la tomba piu' bella. Non c'e' foto. Solo il nome di una donna e le date di nascita e morte, 1950 - 1978. Non c'e' nessun'altra scritta: cosi' mi piace. Qualcuno ha messo dei fiori, che la pioggia ha rovinato, e del verde. Aggiungo i miei, aggiustandoli un po'. Allontanandomi mi volto e vedo che stanno bene. Sono soddisfatto.

Adesso sono a casa. Fumo una sigaretta, mi faccio un te' e spero che la giornata finisca. E' tutto cosi' lento in questi giorni.

postato da Tavor | 16:08 | commenti (7)

lunedì, novembre 10, 2003

Come fa Di Giacomo a entusiasmarsi per gli addobbi natalizi? Naturale che mi venga da maltrattarlo. Oggi è entrato in ufficio annunciando che la ditta che ha vinto l'appalto - la stessa dell'anno scorso - ha già iniziato l'installazione delle luminarie nel centro storico.
"Ti ricordi che spettacolo lo scorso anno! Mi mette un'allegria...", ha detto mentre trafficava con i manifesti nel retro.
Gli ho detto che non mi ricordavo, perchè lo scorso dicembre ero stato appena dimesso e passavo le giornate tappato in casa. Ho aggiunto che trovo immorale questa precessione consumistica del Natale, considerato che ogni anno lo anticipano di dieci giorni. Gli ho anche detto che ci stanno prendendo tutti per imbecilli. E Di Giacomo ha risposto che allora lui è un imbecille felice e io un furbo infelice, e che non gli importa nulla se il Natale lo fanno durare tutto l'anno, perchè comunque a lui le luminarie mettono allegria.
Io sono rimasto zitto e ho pensato qualcosa.

Ho pensato al Natale di molti anni fa. Ho pensato che era tutto diverso.
Ho pensato che mi piacevano le candeline vere sull'albero - le accendevamo a mezzanotte della vigilia - e non quelle elettriche con l'intermittenza.
Ho pensato che passava veramente un anno fra un Natale e l'altro, non qualche mese come capita adesso.
Ho pensato che sarebbe meglio se mi infilassi in un cinema, sia la vigilia, che il giorno di Natale.
Ho pensato che ancora una volta ci sono riusciti a farmi pensare al Natale già ai primi di novembre.

Per la strada ci faccio caso: la metà delle vetrine è contaminata da babbi natali e stelle argentate. Giusto una presenza, per ora. Passo da piazzetta del mercato, e in effetti ci sono gli operai sulle scale che collegano fili elettrici e lampadine. I vigili stanno a guardare. Saluto Brunetti che si stupisce che io abbia ripreso il lavoro.
"Già da quest'estate", preciso io.
"Mi fa piacere", dice lui, "Se non ci vediamo, allora, buon natale!".
Mi viene in mente di fare un salto in libreria, ma poi ci ripenso. Mi sento strano e anche l'ambiente non mi piace. Così torno in fretta a casa.

Mercoledì ho appuntamento con Baldini. Ricordarsi le ricette.

postato da Tavor | 23:59 | commenti (9)

martedì, novembre 11, 2003

Una macchina frena sotto casa. Sento portiere che sbattono e voci di litigio. Sento una donna allontanarsi sui tacchi veloci. Sento portiere sbattere ancora, tra stridori di gomme e accelerate nervose.
Vi conosco. E' un gioco. Tornerete altre notti, penso, mentre fisso il soffitto e aspetto che un sonno cancelli l'invidia.

postato da Tavor | 23:58 | commenti (13)

domenica, novembre 23, 2003

Elena cara,

sono giorni e giorni che ci penso e non sono giorni facili.

Sto perdendo pezzi, me ne rendo conto. Ho preso ferie e consumo il tempo chiuso in casa, rigirando fra le mani una lettera sgualcita.

 

Sto male, e allora penso che solo una lettera forse mi aiuterebbe. Mi aiuterebbe scriverla, e ci sto provando in qualche modo, lo vedi, ma continuo a buttar giù e cancellare. Scrivere e cancellare. Una fatica inutile, in fondo, perché comunque non potrò spedirti nulla, né tu potresti rispondere, per i motivi che sappiamo.

Una lettera vera, di carta e inchiostro, come questa che tengo in mano, sarebbe un’altra cosa: sarebbe la speranza trasformata in gesto, sarebbe il fruscio di una busta oltre lo sportellino di acciaio di una buca rossa, nell’attimo preciso in cui le dita allentano la presa e si rinuncia a conoscere, a sapere il destino delle parole scritte e affidate a quel buio.

Una lettera vera sarebbe soprattutto un dubbio che consola. Il dubbio – ultima declinazione della speranza – che la busta sia finita impigliata in qualche giunzione di lamiere, o nelle pieghe del sacco, o che sia scivolata a terra durante la levata, o volata via dai carretti grigi che ingombrano i marciapiedi delle stazioni, o addirittura imboscata, dispersa, bruciata, da un portalettere disonesto e negligente.

 

Quante lettere avrò spedito in quegli anni? Quante volte ho aspettato una risposta che non è mai arrivata? Eppure la speranza mi ha accompagnato fino a questi giorni. La speranza di una risposta non ha mai tradito la certezza di un destino.

 

Vedi Elena, ad una lettera vera, di carta e inchiostro, si può affidare la responsabilità dell’attesa, dell’assenza e del silenzio, anche se il dott. Baldini mi disse che, in fondo, di che altro si tratta, se non dell’estremo pretesto per illudersi?

Questo sto pensando da giorni e giorni. Poi finalmente questa sera ho deciso. Ho deciso che forse posso ancora sperare. Devo ancora credere che qualcosa sia possibile. E cancello e scrivo, perché oggi non so fare altro.

 

Però non ho più il tuo indirizzo, Elena, e posso scriverti solo su uno schermo, dove le parole esauriscono in microsecondi i loro percorsi di speranza, e rimangono poi lì, incise come epitaffi di un cimitero virtuale.

Non si può ritrovare una lettera che si è perduta, ma chiunque può scovare queste pagine, se vuole, se può, veramente cercarle: è tutto così visibile e trasparente. Così inevitabile.

Qui sullo schermo lo scarto tra ciò che si spera e ciò che non si ottiene è colmato, ripianato, annullato. Se non c’è risposta, non è più questione di lettere perdute lungo il percorso: è il destinatario che si è perduto. Ostaggio perduto nell’intreccio di intenzioni malevole.

 

L’altro mercoledì – mi sembra passato un anno - sono andato dal dott. Baldini. Volevo proporgli di segnarmi un antidepressivo, sentivo di averne proprio bisogno: non sopportavo di passare i pomeriggi a letto, continuando coi miei mutismi a mettere in imbarazzo le persone che ho intorno – non molte a dire il vero.

Sono arrivato al CIM di pessimo umore, e anche le infermiere se ne sono accorte.

Baldini mi ha subito messo al corrente che mia madre lo aveva chiamato, preoccupata per la storia della serratura.

Ho iniziato a spiegare a Baldini tutte le buone ragioni per cui lo avevo fatto, ma il telefono – dio, come lo odio - si è messo a suonare e lui, come al solito, ha risposto.

Poi si è alzato, si è scusato – “C’è un piccolo problema”, ha detto – e si è avviato verso l’accettazione.

Io, io sono un grosso problema - ho pensato. Possibile che anche nel mondo dei problemi io debba avere un piazzamento mediocre? Che io debba essere considerato un problema di seconda scelta?

Poi lo sguardo è caduto sulla scrivania, sulla mia cartella clinica.

Era da un pò che ci pensavo e volevo farlo. Quel mercoledì l'ho fatto.

L’ho aperta, ho cercato le lettere che avevo visto il mese scorso. Ho preso la prima che mi è capitata - avevo paura cha Baldini rientrasse - l'ho tolta in fretta dalla busta e l'ho infilata nel taschino. Poi ho rimesso la busta di nuovo in mezzo alle altre nella cartella. Ma prima ho guardato bene: non c'era il mittente, solo il timbro postale di Milano. Prima che Baldini tornasse, ho rimesso tutto a posto, la cartella bene allineata come l’avevo trovata.

Baldini è rientrato dopo qualche minuto.

Mi sono subito sentito in colpa, e per tutto il colloquio ho temuto che lui si accorgesse di qualcosa. Mi sentivo trasparente, così mi sono stretto le braccia addosso, per proteggere la lettera e la mia coscienza, e me ne stavo tutto curvo su me stesso, come intirizzito dal freddo.

Alla fine non ho più nemmeno chiesto il cambiamento di terapia, avrebbe fatto troppe domande e io volevo andar via subito.

Lui è sembrato contento e ha pure detto che mi vedeva migliorato. Io non vedevo l'ora di uscire, di andare a casa, e sentirmi finalmente al sicuro. Ho guardato l’orologio con insistenza. Alla fine Baldini mi ha scritto le ricette, e ci siamo salutati.

Dal Cim a casa è stato un attimo. Ho attraversato la città natalizia come un ladro braccato. Sentivo il contrasto fra l’aria affilata e il calore nel petto, proprio lì dietro al taschino.

Appena arrivato mi sono buttato sul letto. Ho ripreso fiato, e ho cominciato a leggere.

 

Adesso, Elena, questa lettera sgualcita è l’ultima cosa che posseggo di te. Guizzi d’inchiostro blu, e un tratto deciso, come di parole sferzate dal vento, tutte piegate a destra.

Puoi ricordare forse? Scrivevi alla d.ssa Montanari, che poi – non so se l’hai saputo – è mancata dopo qualche anno, per un incidente stradale. Una brava persona, che sapeva come prendermi e mi ha molto aiutato

Le scrivevi – hai scritto – perché non riuscivi a parlarle al telefono.

Ecco, te la ricordi quella lettera?

 

Gentile dott.ssa Montanari,

ho pensato di scriverle, perché è veramente difficile riuscire a rintracciarla al telefono, e forse non riuscirei nemmeno a parlare serenamente. Tutta questa vicenda mi ha molto scosso, e da alcuni mesi sto andando da uno psicologo, che con molta pazienza mi ha permesso di mettere ordine fra le emozioni di questo periodo. Mi sento ancora molto in colpa e responsabile per quello che è capitato. Mi dico sempre che avrei dovuto accorgermi subito che Gianni non stava bene e forse avrei dovuto risolvere prima i miei problemi con i genitori, invece di aspettare che loro li scaricassero su di lui, precipitando la crisi. Soprattutto non riesco a dimenticare il viaggio in Francia e il terribile momento del ricovero. Io spero che una cosa del genere non succeda mai più.

Come le avevo già detto nel colloquio di settembre, Gianni ha continuato a telefonarmi e a scrivermi. Purtroppo i miei genitori sono molto irritati e io non riesco ad avere un rapporto sereno con loro. Il risultato è che loro non mi passano le telefonate e riesco a ricevere solo alcune lettere, quelle poche volte che riesco a precederli. Gianni sta ancora molto male. Al telefono continua a fare i soliti discorsi, ha manie di persecuzione e, per quanto ne capisco, credo che continui a sentire delle voci. Da quando ci siamo trasferiti io non l’ho più visto e sono terribilmente confusa. Sento la morte nel cuore, e nello stesso tempo una liberazione. E’ brutto da dire, ma è così. L’anno prima che ci trasferissimo è stato angosciante. Io mi sentivo fra l’incudine e il martello. Da un lato c’era Gianni e il mio affetto per lui, dall’altro i miei genitori che hanno affrontato la situazione duramente, con le denunce alla polizia e tutte le cose che le ho già raccontato. E certo Gianni non ha facilitato le cose, con le sue minacce, le telefonate anonime e i bigliettini pieni di insulti (ne allego due in modo che lei si possa rendere conto).

Gentile dottoressa, io Gianni continuo a sognarlo di notte. Gli ho voluto un bene immenso, e ancora oggi, credo. Ma non ce la faccio più. A volte ho paura di diventare malata anch’io. Sono troppo spaventata. Soprattutto non riesco a reggere le tensioni con i miei, che esplodono ogni volta che lui telefona o si fa vivo. Come lei mi ha consigliato, io ho smesso di chiamarlo, anche se è difficile. Rispondo solo alle sue telefonate, quelle che riescono a sfuggire il filtro dei miei genitori. Questo non posso negarglielo. Ho parlato col mio psicologo per sapere come comportarmi in futuro, come arrivare a dirgli che la nostra storia è finita, come evitare di ferire ancora la sua anima così sensibile. Mi ha consigliato di prendere tempo, di non fare nulla che io avverta come uno strappo o una forzatura, insomma di seguire con prudenza quello che mi sento di fare giorno per giorno. Mi ha però avvertito che Gianni non guarirà mai e che di questo devo assolutamente tener conto. Lei cosa ne pensa dottoressa? E’ giusto quello che dice il suo collega? Lei non ha casi simili a quello di Gianni, che poi sono guariti prendendo regolarmente delle medicine? In ogni caso non cambierebbe molto, ma mi aiuterebbe a prendere una decisione almeno opportuna su un piano razionale. Se Gianni non può guarire, io non credo di poter ancora aiutarlo. Bisogna essere forti per questo, e io non lo sono più. Non voglio creare illusioni e aggravare di più una situazione già così difficile.

Nel frattempo ho ripreso l’università e spero di riuscire a laurearmi il prossimo anno. Ho bisogno di crearmi un futuro e voglio lasciare questa casa quanto prima possibile, non ce la faccio più a vivere con i miei, e anche su questo sto ricevendo molto aiuto dallo psicologo.

Gentile dottoressa, mi perdoni lo sfogo e le contraddizioni, ma le ho detto che sono spaventata e confusa. So che quello che ho scritto non le servirà a chiarire ciò che probabilmente ha già chiaro. Forse mi aspetto che lei possa aiutare Gianni ad accettare la fine della nostra storia o forse mi illudo che lei possa fare al posto mio ciò che spetta solo a me, cioè dirgli chiaramente, quando sarà il momento buono per lui, che io ho bisogno di stare da sola e di pensare alla mia vita.

Come le avevo promesso, oltre ai biglietti di Gianni, le invio anche la lettera di dimissioni dell’Ospedale di Nizza, che ho finalmente ritrovato fra i cartoni del trasloco. Non so se le può servire, perché mi pare dica le stesse cose che lei mi aveva già anticipato. Per favore, se può, avverta lei la mamma di Gianni, perché non mi sento di telefonarle.

La ringrazio infinitamente per la sua pazienza. Le lascio il mio numero di telefono, se volesse avere altri chiarimenti, o se avesse bisogno di comunicare con me.

Grazie ancora.

 

Ho provato a chiamare quel numero, Elena. Puoi immaginare con quali emozioni. Risponde una signora di Milano, che alla terza volta si è un po’ seccata. Mi ha detto che abita lì da cinque anni e non sa chi fossero i precedenti inquilini.

 

Vedi, Elena, io quella lettera non l’ho mica capita.

Continuo a pensare delle cose, ma il risultato è che mi sono avvilito ancora di più e ho dovuto starmene a casa per una settimana. Domani voglio riprendere e l’unico modo per uscire da questo silenzio, da questa settimana di agonia, era scriverti, come non ho più fatto da troppo tempo. Scriverti che vent’anni sono passati e ti ho sempre nel cuore. Scriverti che in vent’anni molte cose sono cambiate e ci sono destini che pretendono di essere onorati. Scriverti che vent’anni sono passati e non hai mai smesso di amarmi, Elena.

postato da Tavor | 15:33 | commenti (6)

mercoledì, novembre 26, 2003

Ieri mattina ha chiamato Ghiglione. Dice che dall'inizio dell'anno Costantini rientrerà all'anagrafe e io dovrò assolutamente prendere il suo ex-mio posto.

Ho paura, ho pensato, mentre Ghiglione parlava.

Ho misurato le pulsazioni: 27 in quindici secondi, che fa 118 al minuto. Di base ne ho 78-80. Negli anni in cui giocavo a pallavolo e andavo in bici, arrivavo fino a 58. Un bel cuore, allora.

Ho paura, adesso.

Ghiglione se n’è accorto dal lieve tremito della mia voce.

Ha chiesto: “ci sono problemi?”.

Ho detto non credo. Poi ho aggiunto che forse c’erano altri impiegati disponibili. Lui ha risposto di no, e si è perso in altri discorsi.

Ho misurato di nuovo le pulsazioni: 29 in quindici secondi.

Prima di salutarmi mi ha consigliato di sentire i miei ex-colleghi, per metterci d’accordo sul rientro.

“Con comodo”, ha concluso, “se ne parla comunque per i primi di gennaio”.

Finita la telefonata ho indossato il giaccone e mi sono piazzato fuori, davanti alla porta, a fumare una sigaretta e a guardare la pioggia fitta fitta.

Di Giacomo mi ha raggiunto con una pacca sulla spalla.

“Cosa dice Ghiglione?”, ha chiesto.

Gli ho spiegato.

E’ stato zitto per un po’. Poi ha commentato: “Magari ci ripensa…”.

Io non ho detto nulla. Ho rigirato in tasca la tua lettera, Elena, e stavo per fargliela vedere, ma lui è rientrato in ufficio dicendo, dai, che si prende freddo.

 

Tornando a casa ho guardato le persone lungo i marciapiedi e il loro modo di camminare, evitando le pozzanghere e i fiotti d’acqua delle gronde. Li ho immaginati compiere quei movimenti, quei passi strani quasi di danza, in una giornata senza pioggia, in una giornata di sole. E mi è sembrato tutto strano, tutto finto.

Arrivato al semaforo del viale ho premuto il pulsante e ho aspettato che uscisse il verde del passaggio pedonale. Stavo pensando a te, ma nel momento preciso in cui mi accingevo ad attraversare, un signore da dietro mi ha chiamato. Mi sono voltato e non c’era nessuno. In quel momento non passava proprio nessuno.

Allora, all’improvviso, ho collegato.

Ho collegato un tassello, Elena.

Se Gianni non può guarire, io non credo di poter ancora aiutarlo”, hai scritto.

E se Gianni guarisce, invece?

 

 

postato da Tavor | 23:41 | commenti (3)

sabato, novembre 29, 2003

Caro Elena, Baldini dovrà guarirmi. Ad ogni costo. Glielo chiederò mercoledì, così esplicito e chiaro, come non l’ho mai fatto. Ci saranno medicine nuove, per dio! Anche lo Zyprexa, se serve, perché no? O qualche antidepressivo americano. Oppure un elettroshock, se necessario. Anche a questo sono disposto.

Qualcosa dovrà fare Baldini, e darsi coraggio, e riparare i danni causati dal tuo padre maledetto. Maledetto e malvagio.

Un briciolo di coraggio, Baldini, e ci salviamo tutti e due.

 

E allora non ci sarà più necessità di aiutarmi, Elena. Ci sarà l’amore e basta.

Dirò addio Baldini! Vai per la tua strada. Siamo liberi adesso. Liberi di rincorrere il nostro destino, e di ridere e piangere della vita, non di quella cosa finta che sono le sedute al CIM, il mercoledì - di solito - o gli altri giorni, se ci sono impegni.

Vai Baldini! Corri anche tu verso la vita e l’amore, che c’è ancora tempo, tantissimo tempo, e la medicina salverà il corpo, non più la mente.

Mi immagino una stretta di mano definitiva e un abbraccio.

Dirò, vai adesso Baldini, non tradirlo più il tuo destino, adesso che puoi onorarlo, adesso che non devi più preoccuparti per me.

 

Sguardi umidi e intensi e ancora un ultimo abbraccio, come dire addio prima di partire.

 

Poi, noi due soli, Elena.

 

Però li senti, tuo padre e gli altri schifosi? Pronti a saltarci addosso di sorpresa.

Ancora stanno ben nascosti; ma li annuso nell’aria i loro fetori e gli aliti marci.

Si attivano subito quando mi sorprendono vicino alla verità, e mai come adesso tutto sta diventando così chiaro ed evidente!

 

Ma lo vedi, Elena, come gli altri non capiscono? Come si ostinano a immaginarsi la mia vita senza di te, senza di noi? Guarisci per te stesso; fatti amare da un’altra qualunque; lascia riposare Elena nel passato, dove è giusto che resti. Questo dicono, e non so se sono sinceri. Non so se capiscono. O forse vivono anche loro intrappolati in questa storia assurda, costretti anch’essi a tradire la coscienza e il destino per salvarsi in qualche modo. E non posso certo biasimarli, se non si rendono conto.

 

Io non rispondo più, Elena. Non lascio più tracce evidenti di me. Non è più necessario, adesso che ti ho ritrovato. Adesso che ho la tua lettera in mano. E la stringo forte, mio talismano carissimo, mentre passeggio per la città stordita dal fine settimana.

Nessuno, proprio nessuno, potrà farmi del male.

Guarda le pozzanghere, che bel cielo riflettono, e quante nuvole bianche mi fanno tappeto questa mattina. Ci cammino dentro perché ho belle scarpe di gomma e me li sento venir su, quelli sbuffi di vapore, ad alleggerirmi l’anima.

Dovrei solo dormire di più.

postato da Tavor | 12:29 | commenti (3)

martedì, dicembre 02, 2003

E' passata mia madre, domenica. Riconosco i suoi passi già dal pianerottolo di sotto.

Ha suonato. Mi sono alzato con calma, ho chiesto chi è, poi le ho aperto la porta facendo schioccare forte le due mandate, che sentisse bene.

Ecco il miglior successo di quest'anno: guadagnarmi quei venti secondi di attesa e di rispetto; guadagnarmi quei cinque metri di libertà, dall'ingresso alla sala; cinque metri dove decido io chi passa, e più nessuno deve sorprendermi in mutande.

 

A lei, però, sembra strano. E’ chiaro che non si fida.

Da quando glielo avevo promesso, continua a chiedermi una copia della chiave, giusto per rassettare ogni tanto quando sono al lavoro.

Io le rispondo male e chiudiamo il discorso.

Però ne riapriamo un altro: quello delle sue telefonate a Baldini. Le faccio sapere che ho saputo. L'assalgo con una petulanza che non voglio. Lei si difende con imbarazzo, abbozza scuse, pretesti, e alla fine le scappa un "perchè tu non ti rendi conto!", che mi fa ancor più imbestialire.

Non riesco a trattenermi e urlo. Così lei si tace e chiudiamo anche il secondo discorso.

Adesso c'è silenzio. Mia madre fa finta di mettere in ordine; io metto su il solito caffè di queste occasioni. Lo beviamo abbastanza di fretta. Poi l'accompagno alla porta, le chiedo scusa non so di cosa, e ci salutiamo con gli sguardi che sfuggono di lato.

Rimango solo e mi sento solo: mi manca la rabbia, che non c’è più, tutta svaporata in pochi secondi.

C’è solo tristezza; si condensa in rivoli e mi cola addosso un po’ dappertutto.

 

Mi butto sul letto. I pensieri fanno strani rumori. A volte sembrano uscire dalla testa e rientrare dalle orecchie. Se chiudo gli occhi l’effetto aumenta.

Se ti penso, Elena, tutto riprende coerenza e si ricompatta nel mio cervello. Senza il minimo sforzo ritrovo ordinati i ricordi di te, sequenze precise che partono da una vecchia copisteria fuori mura e si spingono fino alla lettera che tengo in tasca.

Forse non serviranno i farmaci. Forse è l’idea di te che mi guarirà, Elena.

 

Ieri ho telefonato al centro. Ho dovuto insistere per parlare con Baldini. Gli ho detto che non va, che dormo poco, che ci sono altre cose che mi agitano, ma gliene parlerò mercoledì.

Ha detto, con le cure faccia così, e la mia terapia adesso è questa:

 

-Depakin 200 mg un compressa per tre.

-EN 8 gtt al mattino, 8 gtt a pranzo, 25 gtt prima di coricarmi.

-Noprom, un misurino, se non riesco a dormire.

postato da Tavor | 23:57 | commenti (5)

domenica, dicembre 07, 2003

Baldini guariscimi!

Lo penso, mentre scribacchi frammenti di annotazioni e poi ritorni a fissarmi con la biro fra i denti e l’espressione incerta. Lo penso forte, nelle pause di silenzio fra noi. Lo penso come quando da piccolo, a messa, nella noia dell’omelia, pensavo forte di staccarmi da terra, e anche un centimetro mi sarebbe bastato per credere alla potenza dei miei desideri.

Ma hai di nuovo paura, Baldini, e restiamo uno davanti all’altro, coi silenzi che si allungano sempre di più.

 

Abbiamo tutti e due qualcosa da farci guarire, Baldini.

Cosa farai della tua solitudine, dottore? Per quella non ci sono farmaci, e non basteranno a colmarla tutti i pazienti del CIM, perché alle sei si chiude e l’armata natalizia ci aspetta fuori dalla porta, non ha pietà per chi è solo.

 

Intanto sfogli la cartella, confronti terapie, riordini fogli, sfiori buste vuote. Ti chiedo cosa sono quelle lettere. Rispondi: cose vecchie, su cui non val la pena di tornare. Poi cambi discorso, forse senza sentirti nemmeno tanto imbarazzato.

E’ inutile. Non potrei mai dirti che ho ritrovato Elena ed ho rubato la sua testimonianza. No, riprenderesti ad esercitare l’arte della smentita, della banalizzazione, della negazione, e ci perderemmo di nuovo tutti e due.

Come al solito non ti posso parlare di Elena, ma delle mie paure si.

 

Stanno ricominciando, credo. Approfittano della mia debolezza, della depressione; in queste condizioni ci vuole poco a confondermi il cervello, quel poco che ne è rimasto di sano. Dammi qualcosa di forte. Adesso sono io che te lo chiedo. Tutto quello che vuoi; che mi stordisca, mi droghi l’anima, ma che mi tolga dalla palude che sto vivendo.

Io non ce la faccio a ritornare in quell’ufficio. Ci sono brutti ricordi e le facce dei miei colleghi che, si capisce lontano un miglio, farebbero ore di straordinario purché io rimanessi per sempre dove sono, con Di Giacomo a farmi da custode.

A gennaio io devo stare bene se voglio entrare là dentro col cuore corazzato e riuscire a non guardare negli occhi nessuno.

Non voglio più trovarmi bloccato alla scrivania davanti a un monitor spento, coi  pensieri che girano intorno come satelliti, e stare ore a chiedermi se sono veramente i miei pensieri o le solite vecchie voci.

 

Torno a casa intabarrato, oggi. La temperatura è scesa troppo rapidamente, si sente l’inverno. La mia città è troppo animata e non riesco a sopportarla. Ho fatto un breve giro in centro e poi sono rientrato. Devo fare questi tentativi per capire se la terapia mi sta aiutando o no; se Baldini ci ha azzeccato o se dovrà ritentare.

Sono lucido e capisco bene chi sta provocando e chi invece è solo oggetto dei miei sospetti malati. Per il momento non è cambiato granchè, e anche l’umore mi pare stabile.

 

Accendo il computer ogni tre giorni. Ricopio quelle poche frasi che ogni tanto mi è capitato  di buttar giù sul diario, e il resto lo aggiungo sul monitor.

Da quando ti ho ritrovato, Elena, mi sembra tutto senza senso e ho solo voglia di guarire. Se scrivo, è perché spero ancora che sia una forma di terapia, come mi aveva promesso Baldini sei mesi fa.  

Il Cipralex non mi dà fastidio. Da tre giorni ne sto prendendo mezza compressa e martedì  dovrei chiamare Baldini per riferire.

Adesso alzo il riscaldamento perché ho i brividi addosso.

Vorrei che tu fossi qui con me, Elena, ma so aspettare.

 

postato da Tavor | 19:45 | commenti (8)

venerdì, dicembre 12, 2003

Quando entro al bar Seven provo a fare un rapido conteggio. Sette sono al banco; dodici seduti ai tavolini e non c'è più posto; tre sono ai videopoker con altri due che guardano. In piedi, a chiacchierare, ce ne saranno altri otto o dieci.

Ho scelto apposta l'ora dell'aperitivo perché è quella più densa e posso metterli alla prova.

Dentro fa caldo, mi slaccio il giubbotto.

Vorrei sentirmi spontaneo, ma ogni gesto mi sembra goffo, inutile e superfluo, scollegato dall'unica intenzione che ho chiara, cioè trovare uno spazio libero dove riuscire a bere una consumazione e metterli alla prova.

Rimango cinque minuti in piedi, appoggiato al bancone, tenendo d'occhio un tavolino vicino all'ingresso dove una coppia è in procinto di alzarsi – c'è già lo scontrino con venti centesimi di mancia.

Non so dove mettere le mani. Alterno fra le tasche – in quella sinistra c'è la lettera di Elena che mi fa coraggio - e il bordo del bancone. Poi passo ai baveri del giubbotto, a cui mi aggrappo, imitando la postura molto naturale di un ragazzo, pochi metri più in là.

Ogni tanto mi ravvio i capelli, ma mi pare un atteggiamento ambiguo ed effeminato, per cui ritorno alle tasche.

Prendo uno stuzzichino, pizzetta con wurstel. Mangio lentamente per far passare il tempo.
Il barman mi ignora e continua a saltellare fra gli habitué scambiando battute.

Mi passa davanti un tizio che conosco di vista, veniva anche lui al liceo, una o due classi indietro. Mi saluta per primo con un cenno del capo. Io rispondo, aggiungendo un mezzo ciao. Poi lui si dirige verso un tipo calvo che sta leggendo il giornale e iniziano a parlare.

Intanto i due del tavolino si sono alzati. Io mi precipito con slancio eccessivo, sbaglio i tempi, quelli del tavolo accanto se ne accorgono e si voltano. Mi siedo sul divanetto, mentre la ragazza sta ancora raccogliendo sciarpa e borsa, così che mi siedo sulle frange della sciarpa e la ragazza mi dice scusi, e io rispondo scusi.
Sento di arrossire per il caldo e l'imbarazzo. 

Cosa faccio? Scelgo di immergermi a leggere la lista delle consumazioni e di aspettare che decanti quest'atmosfera pesante.

Lascio passare un minuto, sollevo lo sguardo e tutto mi sembra aver ripreso una certo equilibrio.

Mi sistemo bene sul divanetto. Tengo la lista in mano e osservo la sala, come aspettando il cameriere. Intanto ho già deciso per un prosecco.

Rimango in ascolto. C'è musica di sottofondo, una radio privata mi pare. Le voci nella sala si sovrappongono indistinte. Ogni tanto emergono nitidi una risata, un “daii! ma vaaa!..”, un “…l’hanno comprato loro…”; un “…e domani ci vai?...”. Cose del genere.

Arriva il ragazzo-cameriere, mi chiede ironicamente se aspetto qualcuno o se voglio ordinare subito. Ha l’aria beffarda. Arrossisco di nuovo.

Dico, sono da solo, prendo un prosecco. Mi sforzo di fissarlo negli occhi e lui fa un sorriso falso. Mentre ritorna al bancone sussurra un insulto. Faccio finta di niente e stringo la lettera. Sto subito meglio.

Cerco altre provocazioni, ma la radio in sottofondo condiziona la mia attenzione. La musica adesso è forte, non riesco a ricacciarla indietro, si staglia sopra il vociare.

Ogni tanto trasmettono dediche. I conduttori fanno battute cretine e danno spazio in diretta ai soliti fanatici che salutano amici, fidanzate e parenti. Poi interviene un ospite, un certo Wilson. Fanno ancora battute, doppi sensi allusivi al limite del turpiloquio. Mi irrigidisco.

Il ragazzo-cameriere mi serve il prosecco con noccioline e pistacchi. Ha l’espressione neutra, come se non fosse successo niente. Mette lo scontrino sotto il segnaposto.

Nello stesso istante, alla radio, un conduttore dice “…lo vedi Gianni come è solo…”; il cameriere mi guarda e allude; due persone al bancone si voltano e mi fanno capire che hanno sentito; la ragazza del tavolo accanto si sposta sulla sedia per darmi la schiena.

Ho il cuore che va a centocinquanta, ma non lascio trasparire nulla. Mi concentro sulla radio. Non era una dedica o una coincidenza. Era a me che si riferivano, perché poi l’ospite Wilson fa altre allusioni. Sempre cose sporche.

Mi sento affaticato. Vorrei uscire perché ormai ho capito, però non voglio dare l’impressione di stare cedendo, per cui decido di rimanere ancora dieci minuti.

Direi che, in tutta la sala, quattro sono sicuri, compreso il cameriere.
Altri cinque potrebbero esserlo, ma forse sono solo coinvolti passivamente, oppure - ed è la terza possibilità - sono solo paranoie mie.

Solo quattro sono quelli sicuri, ma è già abbastanza.

Per distrarmi inizio a fare calcoli mentali, tipo sommare il prezzi delle consumazioni, contare le lampadine e moltiplicarle per il numero dei tavolini.

Finisco il prosecco. Poi, dopo dieci minuti mi alzo di scatto per spiazzare tutti. Pago in fretta alla cassa ed esco dal bar.

Sollievo. Finiti il brusio e il rumore di fondo. Finite le provocazioni.

Adesso, rileggendo, mi dico che sono esagerato.

Cosa faccio, Baldini, sospendo il giudizio?

postato da Tavor | 22:57 | commenti (3)

martedì, dicembre 16, 2003

Lunedì ho telefonato a Baldini. Gli ho detto che la nuova terapia non mi dà fastidio, ma neanche gran beneficio.

“E’ ancora presto”, ha detto lui, “l’importante è che non le dia disturbi, poi ci vogliono almeno due o tre settimane perché inizi a fare effetto”.

E intanto io cosa faccio, ho pensato.


In ufficio c’è aria triste di sbaraccamento. Io non combino praticamente nulla, a parte trascrivere alcuni verbali, lavoro che non mi è stato più nemmeno richiesto.

Di Giacomo gironzola intorno e non sa cosa dire. Credo si senta in colpa di essere felice per il natale e per il matrimonio che lo attende. Vorrebbe comunicare il suo entusiasmo, ma il mio umore lo scoraggia. Gli ho anche raccontato delle provocazioni - non delle voci - e lui ha detto “ma sei fuori?..” .

A Baldini, invece, la storia delle voci l’ho dovuta dire.

Lui mi ha dato la solita risposta, “Si fidi solo delle parole che vede sulla bocca delle persone; ascolti solo quelle. Tutto il resto lo ignori. Poi ne parliamo al prossimo appuntamento”.

Baldini non ha ben capito. Non ha ancora capito dopo anni.

Io so distinguere le allucinazioni, quelle vere. Magari non subito, ma dopo qualche minuto io sono in grado di sapere se è un’allucinazione dovuta alla malattia o una voce che mi trasmettono coi loro sistemi. Questi trucchi non mi preoccupano.

Mi preoccupa solamente quando riescono a confondermi, quando picchiano duro sulla mia malattia e mi schizofrenizzano al punto da farmi perdere il controllo dei pensieri. Questo temo.

La perdita di controllo dei pensieri.

 

Cara Elena, così vanno le cose. Lo vedi quanto è faticoso? E poi, oltre ai pensieri, ci sono anche le emozioni amplificate dal natale. Tutto finto, si sa. Però non posso fare a meno di piangere un padre che immagino tirar fuori le pecorelle del presepe, in qualche salotto, in qualche casa, in qualche città dell’Argentina.

Ecco, mi baratterei per una di quelle pecorelle – qualche giorno soltanto – e poi tornerei qui, ancora ad aspettarti, certamente più sereno.

Verrai in Argentina con me, Elena, quando sarò guarito?

 

postato da Tavor | 23:12 | commenti (3)

sabato, dicembre 20, 2003

Queste notti passate dormendo un’ora o poco più - se fossi in ospedale ci sarebbe sempre qualcuno disposto a giurare che ho russato dalle undici di sera alle sette di mattina, e il medico annuirebbe con aria rassegnata pensando “credono sempre di non dormire abbastanza…” - queste notti io so di averle trascorse andando in bagno, e ritornandoci, e passando ogni volta a controllare la porta d’ingresso e la serratura e il numero delle mandate; e so di avere scrutato a lungo da dietro le tende le finestre del palazzo di fronte: tutte spente, ma da alcune filtrano sempre strani chiarori.

In queste notti, quando sono ben sicuro di essere sveglio e attento, mi decido a  ritornare a letto.

Da sotto le coperte fisso il buio del soffitto e ascolto i rumori della casa, che in queste ore dimenticate dalla città sono particolarmente precisi e nitidi, e aspetto.

In genere iniziano dopo cinque, dieci minuti, non di più.

Una volta mi inquietavano. Ora molto meno. Sono parlottamenti che sembrano provenire da qualche alloggio intorno. Poi si spostano, entrano nella stanza e si avvicinano alle mie orecchie. Si avvicinano e si allontanano. Parlano fra loro, voci di donne.

Se accendo la luce si ritraggono e smettono; se la spengo, dopo un minuto riprendono tono.

In questi giorni non riesco a distinguerle, è come se farfugliassero parole sottovoce.

 

Queste sono le voci, le allucinazioni della malattia, Elena.

Lo capisco perché a volte si accostano fino ad entrarmi in testa, e si fondono coi miei pensieri, o meglio si trasmutano nei miei pensieri.

Chissà perché: pensieri con voce di donna. Ma sono certamente i miei, perché posso condurli dove voglio; sono dialoghi interiori femminilizzati.

Così strano è il mio star male, ma ormai ci sono abituato.

 

Poi ci sono le loro voci: quelle di questi giorni. Tuo padre è bravissimo, ha cambiato metodi e non è più prevedibile come una volta. Sfrutta i varchi della malattia, e forse la condiziona anche.

Io ho tolto da un bel pezzo ogni apparecchiatura elettronica: radioline, televisore, cordless, cellulare, e tutto il resto.

Il computer no. A quello non rinuncio; come farei a scriverti, altrimenti? Però quando non lo utilizzo stacco sempre la spina e lo copro con il domopack d’alluminio. Così evito correnti indotte o strane radiofrequenze.

Però loro ci riescono lo stesso. Credo che agiscano su di me durante il giorno, quando non ho controllo, e si attaccano alla malattia, direttamente alle cellule cerebrali. Non ho capito ancora come, ma in qualche modo fanno.

Le loro voci non c’entrano con la malattia, però ne sfruttano i varchi. Le distinguo perché arrivano al cuore, ai sentimenti più nobili – l’amore per te, Elena – e li corrompono. Mi fanno arrossire, producono sensazioni nel corpo, difficili da descrivere.
Tutto questo fanno.

Ma non sto così male. Il Cipralex mi sostiene. Così posso rimanere impassibile osservatore di me stesso, e qualche volta, per qualche ora, anche dormire.

 

 

postato da Tavor | 19:35 | commenti (5)

martedì, dicembre 23, 2003

Tutto documentato qua.

Non sperate di farla franca.

Elena, mi sei testimone. Ma perché non dai un cenno, un segnale anche minimo? La tua voce - un attimo solamente - sopra questi rumori?

Ho voluto lasciarti un’ultima traccia su un sito che parla d’amore, ma d’ora in poi non più: loro stanno tutti all’erta e approfittano di ogni mio movimento, di ogni mia intenzione.

Dio voglia che  non facciano del male anche a te, non ci voglio nemmeno pensare.

Vedrai che andrà tutto per il meglio.

Tu sai che io sono qui che aspetto.

 

Ieri ho provato ad andare in ufficio. Giù in fondo alla città mi sono sentito perso, estraneo e dolente. Una macchina ha rischiato di mettermi sotto: ho attraversato senza guardare; ero troppo attento alla gente attorno, cercando di capire.

Il guidatore ha accostato, ha abbassato il finestrino e ha urlato “ma cosa fa!”. Mi sono scusato, lui sembrava un tipo per bene. Poi si è calmato ed è ripartito. Le persone intorno hanno visto la scena. Qualcuno ha rallentato; qualcuno mi ha fissato scuotendo la testa e ha pensato male. A un certo punto mi sono sentito spaesato, come in terra straniera, e non ce l’ho più fatta. Sono passato dal ferramenta a comprare un catenaccio, ma anche lì probabilmente sapevano già tutto. Poi sono tornato in fretta a casa.

Ho montato il chiavistello e adesso mi sento un  po’ più sicuro.

 

A casa sento di avere più controllo. Le voci vanno e vengono, ma non hanno un gran potere. Le conosco quasi tutte ormai, quelle della malattia e le altre.

Le ho classificate e ho scritto tutto quello che dicono. Dieci fogli scritti fitti. Li ho messi in una busta col mio indirizzo e questa mattina ho fatto un salto in posta. Ho spedito tutto con raccomandata e ricevuta di ritorno. Adesso lo sanno e sono avvertiti.

 

Ha chiamato Di Giacomo, ha detto ma dove sei sparito. Gli ho detto che ho la febbre e lui mi ha chiesto se avevo bisogno di qualcosa. Ho detto di no, c’è mia mamma che mi da una mano. Ma non è vero, è una settimana che non la sento.

Di Giacomo si preoccupa. Mi ha ricordato di mandare il certificato. Oggi farò un salto dal medico.

“Ma ci vediamo prima di Natale?” ha ancora chiesto. Ho detto di si, certo che ci vediamo.

 

Ho chiamato Baldini, ma oggi non c’è. E’ in giro per comunità, ha precisato l’infermiera. Poi ha aggiunto che sotto Natale non prende ferie e che dovrei trovarlo nei prossimi giorni.

Povero Baldini, nemmeno il Natale ti fai. E’ il destino dei solitari.

Miglietta e tutti gli altri, in famiglia, fra panettoni e spumanti, e bambini viziati, e jingle bells.

Tu, chiuso nel tuo studio a compilar cartelle, e la sala d’attesa vuota, che nemmeno i pazienti hanno voglia di venire al CIM sotto Natale, e nemmeno gli infermieri, e chi altro? Forse solo tu ne hai voglia, caro Baldini.

Ti chiamerò domani per gli auguri e vedremo cosa si può fare per me.

 

postato da Tavor | 12:41 | commenti (9)

giovedì, dicembre 25, 2003

Cara Elena, non va proprio.
Ancora notti insonni. Mi sono aiutato con qualche misurino di sciroppo e un po’ di gocce di EN, ma niente. Non è servito a niente.
Ho camminato avanti e indietro, ho fumato una sigaretta dietro l’altra, ho cercato di non ascoltare quello che sento.
Il Natale - qui in casa - disinfettato per quanto si può dai festoni, dalle luminarie, dagli auguri, dai presepi, dai panettoni e dai brindisi, rimane una giornata come le altre,
Ieri mattina alle otto ero già fuori casa ad aspettare che aprisse la Conad. La temperatura è scesa parecchio, il freddo mi ha sorpreso, e per riscaldarmi ho scalpicciato davanti all’entrata fino a quando hanno alzato la saracinesca.
Ho fatto la spesa per dieci giorni, tre sporte belle piene, e mi sono avviato verso casa.
Ho incontrato la mia Peugeot 307 rossa, parcheggiata da chissà quanto lungo il marciapiede vicino casa, con mucchi di foglie accumulati contro, e polvere di maltempo depositata sui vetri e sulla vernice. Già che c’ero ho provato a metterla in moto. E’ partita subito. Il motore girava allegro, mi ha ricordato l’estate e l’illusione delle sue corse, e mi si è stretto il cuore.
Ho aperto il cofano, ho controllato che non ci fosse ghiaccio nel serbatoio del tergicristallo e nel radiatore, ho tirato su l’astina dell’olio, ho dato un’occhiata qua e là ascoltando la meccanica, insomma tutte azioni più o meno inutili, ma che distraggono dal vociare che mi perseguita.
Alle nove e quaranta ero già in casa.
Ho telefonato a mia madre.
Ha esclamato: “Finalmente!..”. Poi le solite cose: che non mi trova mai, che stacco sempre il telefono, che non può nemmeno più entrare in casa a dare una pulita, che si capisce che non sto bene e che non vuole passare un Natale come l’altro anno.
L’ho lasciata sfogare e le ho detto di passare in serata per un saluto. Prima delle sette, però, che dopo volevo andare al cinema.

Più tardi ho provato a leggere dei racconti di Tolstoj, e la mattinata e il primo pomeriggio in qualche modo sono passati.

Mi ha interrotto la telefonata di Di Giacomo. Ha chiesto se poteva venirmi a trovare, ma gli ho detto che preferivo di no.
“Gianni, c’è qualcosa che non va?”, ha domandato.
Ho risposto che è solo l’influenza, lui è stato qualche secondo zitto e io non sapevo più cosa dire.
“Mi stai prendendo in giro, Gianni. Domani ti richiamo”, ha detto.
Poi, prima di salutarmi, mi ha ricordato gli auguri di Stefania e delle amiche che – dice – chiedono sempre di me.

Ho preparato qualcosa da mangiare senza fame. Ho lasciato i piatti nel lavello.

Ho chiamato Baldini, quando il CIM stava per chiudere, non avevo voglia di andare a visita nel caso me l’avesse chiesto. Ho fatto gli auguri, poi gli ho raccontato delle voci. Ovviamente si è preoccupato, voleva che ci vedessimo. Io ho minimizzato, gli ho detto che bastava mi spiegasse cosa dovevo fare con la terapia, e che se proprio non fossi stato bene sarei andato al pronto soccorso.
Baldini ha detto: “…va bene, tanto sono io il reperibile. Si ricordi, però, Gianni: è tutto finto, non dia retta a quello che dicono…”, e mi ha consigliato di aggiungere lo Zyprexa, che tra l’altro avevo ancora in casa.
Si, Baldini, è tutto finto.
Ho promesso che lo chiamerò sabato, lui fa il mattino al CIM, povero Baldini.

In serata, quando mia madre è arrivata mi è parsa strana: a metà preoccupata - più per dovere che per altro - e a metà distaccata, distratta, immersa in stati d’animo lontani.
Credo che abbia qualche nuova storia, ma non voglio nemmeno sapere.
Abbiamo assaggiato il panforte che aveva portato. Poi è andata in cucina, ha lavato i piatti, ha controllato le medicine e ha detto “Questa è nuova”.
Io stavo in ascolto sul resto:notavo che le voci, se c’è qualcuno in casa, si tengono in disparte, rimangono sullo sfondo, dicono cose scontate e ripetitive, come ciak si gira…ciak si gira…
Mia madre si è messa il cappotto, mi ha detto buon cinema poi è andata a cena con un’amica, la stessa con la quale passa il Natale da anni.

Del cinema non m’importa nulla. Mi sono chiuso in casa con serratura e catenaccio, ho preso le medicine, mi sono messo a letto.
Mi sono addormentato solo questa mattina. Ho dormito fino alle cinque del pomeriggio. Non ho sentito né telefoni, né campanelli.
Ci sono tre telefonate sulla segreteria: una è di Di Giacomo, che dice: “Gianni? Gianni? Mi senti?..Pronto?..”; le altre due sono anonime, solo il segnale di linea per pochi lunghissimi secondi.
Ho staccato tutto. Sto bene così, nonostante le troppe parole intorno che continuano a frastornarmi.

Ecco Elena. Adesso sono qui che non riesco a dormire. Ho acceso il computer, ma lo spengo subito perché le voci aumentano.
Leggo solo i commenti. Puoi leggerli anche tu. Vorrei ringraziare, ma non posso perché è tutto finto.
Finte le voci. Finte le provocazioni. Finte le belle parole di Baldini e le mie. Finti i commenti. Finte le emozioni di mia madre e finto un padre che non c’è mai stato. Finta la mia vita e questo diario.
Mi hanno sbattuto su questo palcoscenico e mi rimangono pochi giorni per imparare la parte giusta, quella vera. Pochi giorni, ma ce la farò. Come quando mi cambiarono le materie all’esame di maturità: se ce l’ho fatta quella volta, ce la farò anche adesso. In quattro giorni ce la posso fare. Di sicuro.
E poi ancora insieme, ci sveglieremo da questo brutto sogno.
































postato da Tavor | 23:19 | commenti (6)

sabato, dicembre 27, 2003

Mi sveglio all’improvviso da un sonno breve. Sono angosciato, mi viene in mente che non ho mandato il certificato, né ho sentito il medico, e oggi non troverò nessuno. Forse Baldini può aiutarmi. Gli chiederò se può.
Le voci ne approfittano, quelle della malattia.
“Ti licenziano!..Ti licenziano!..”, dicono.
Siete ossessioni, siete pensieri – ripeto mentalmente - e si calmano.
C’è una bella giornata fuori, appena incalzata da nubi a ovest, e fa da contrasto al mio umore, lo staglia in controluce, ne definisce il dolore, ne esalta l’opacità.
Mi sento stordito dallo Zyprexa. A volte faccio fatica a mettere in fila le idee. C’è anche il sonno arretrato che contribuisce.

Che vita sto facendo, penso. Ed è come se la vita, quella reale, fosse sempre dieci passi più in là, oltre il palcoscenico, oltre il balcone e poi oltre i tetti dei palazzi e le colline, così nitide oggi. Sempre dieci passi oltre il possibile.

Avrei potuto avere una vita diversa, senza tradire il destino? Avrei potuto, Elena?

Si, che avrei potuto. Si, che avrei voluto una vita diversa.
Sarebbe bastato qualche scarto,  qualche declinazione nel corso degli eventi, qualche scelta, qualche decisione spostata di pochi millimetri, e avrei ottenuto una vita diversa.
Perché mio padre se n’è andato? Perchè non ha mai più voluto saperne di me? Aveva già capito tutto, forse? E se fosse rimasto, invece? Se i suoi parenti fossero stati a Foggia, a Desenzano, o magari a Lione, Amburgo, tanto per star lontani?
Mica in Argentina, che è un luogo senza senso, un buco nero della mia infanzia.
Ecco, sarebbe bastato un po’ di padre in più e le cose avrebbero preso un’altra piega. Tuo padre, Elena, non avrebbe avuto tutto quel potere e io avrei resistito quella notte in albergo a Nizza, così come resisto adesso in questo bilocale, con le voci che rimbalzano stizzite. E ci saremmo detti, noi continuiamo qui la nostra vita perché non vogliamo perderci e lasciare agli altri il potere di condizionare il nostro destino.
Poi avrei voluto scrivere racconti e romanzi e inventarmi storie e personaggi; non ridurmi così, a raccontarmi le miserie quotidiane perché Baldini ha detto che è una terapia.
E non sarei mai diventato un matto di quelli, e Baldini sarebbe stato libero veramente, e non saremmo rimasti incastrati tutti e due in questa storia, io chiuso in casa e lui chiuso al CIM, reperibile per Natale, custode discreto della mia malattia.
Avrei avuto amici, e non la paura di averli; avrei avuto progetti, e non la delusione per averli falliti; avrei avuto te, Elena, e non il tuo ricordo, nè il nostro aspettarci doloroso, incerto e interminabile.

Suona il citofono, ed è come un sasso gettato nell’acqua. Le voci si allontanano a cerchio da quel rumore. Non rispondo. Sarà il postino, o Di Giacomo, che oggi non voglio incontrare. Mi vergogno di questa situazione e di ciò che lui può intuire. Non voglio bruciarmi l’unica presenza amica che ho intorno. Che almeno lui rimanga fuori.

Credo di aver capito che loro utilizzano anche il gas di città, o quanto meno i suoi prodotti di combustione. Forse non c’entra, ma quando accendo i fornelli sento un odore strano, per cui oggi ho mangio solo panini.

Ho telefonato a Baldini, gli ho raccontato come sta andando. Lui ha di nuovo insistito perché andassi al centro. Gli ho detto che non mi sento. Allora ha proposto di mandarmi a casa Rosanna, l’infermiera. Ho risposto che con lei non ho confidenza e che comunque non c’era proprio bisogno perché non sto così male. Ha insistito di nuovo e io ho detto che non avrei aperto. Mi ha fatto altre domande, ha detto Gianni sono preoccupato, ha voluto sapere se avevo visto mia madre. Alla fine si è rassegnato. Ha detto che se lunedì non vado all’appuntamento verrà lui a casa mia. O detto va bene. Però a quel punto ero in imbarazzo e non gli ho più nemmeno chiesto del certificato. Lunedì chiamerò l’ufficio personale.

Ho provato a scendere in strada, ma non mi sento sicuro. Le persone mi guardano. Qualcuno ha provocato. Sono rientrato dopo cinque minuti. Nella buca delle lettere ho trovato la ricevuta di ritorno e l’avviso della raccomandata. Appena entrato in casa le ho puntate sulla porta d’ingresso. Tutti avvertiti. Un voce dice “…vigliacco!..Vigliacco!..”, ma non la temo.

Mi stendo e provo a riposare.














postato da Tavor | 16:29 | commenti (2)

domenica, dicembre 28, 2003

Dal mio balcone la mia città è lontana, indifferente, ripiegata nei suoi egoismi, mentre risvegli tardivi, ancora indolenziti dai bagordi notturni, tendono l’orecchio a rivoli e gocciolamenti di gronde. Poi si sorprendono del maltempo. Sarà neve in montagna? - si domandano.

Ha suonato tre volte il citofono, questa mattina. Saranno i testimoni di Geova, o mia madre, o Di Giacomo? Me ne sono stato zitto sotto le coperte. Qualcuno – mia madre, immagino – è arrivato fino al piano e ha insistito due o tre volte col campanello, poi se n’è andato. Adesso ci sarebbe il silenzio domenicale, se le voci non continuassero a parlare, a dirsi cose oscene. Ho scritto altri dieci pagine di loro commenti. Domani, se ce la faccio, vedrò di spedirle.

Sento che il tempo incalza. Elena, ti prego, dai segno di te. Poche parole che mi facciano capire. Io sono sempre in attesa, ma non posso resistere a lungo. Basta una frase e la tua voce.  Basta che tu dica “E’ tutto vero, Gianni”, e io capirò. Dimmi che è tutto vero, Elena. Dimmelo con la tua voce, e usciremo da questo incubo.
Non è una paranoia: continua ad esserci uno strano odore attorno; un’esalazione, che non è il gas della cucina; non può esserlo, perché ho chiuso tutto. Non capisco da dove venga. Ho sigillato la porta col nastro e ho tappato la cappa con i giornali, ma non serve. Continua ad esserci questo odore, come di materia chimica. A volte si sente; a volte si confonde con gli odori di casa familiari.
Sto bevendo tantissimo per disintossicarmi, due, tre litri di acqua al giorno, e sembra che aiuti, mi pare un buon antidoto.

Mi raccolgo dentro al mio disordine. Non ho nemmeno voglia di leggere. Solo pensare, quando è possibile.
E tu, Baldini, mi stai pensando? Ti chiedi che cosa sta succedendo? Lo sai, abbiamo ancora pochi giorni, poi più niente.
Io non ci voglio tornare in quell’ufficio. Ho spaccato tutto, l’anno scorso, ed è questo che vogliono di nuovo: farmi uscire di testa, farmi combinare qualcosa di grosso e farmi licenziare. Non te lo sei mai chiesto, Baldini, perché Ghiglione mi vuole spostare proprio quando le cose stavano andando discretamente? Ti è mai venuto in mente che il padre di Elena conosceva tutti grazie al Rotary, al Lion e alla massoneria? Hai mai pensato quanto potere può esercitare su Ghiglione e tutti gli altri?
No, io non ci torno laggiù. Si farà in qualche modo, ma non mi faccio incastrare.
Elena, ti farai sentire, vero? Mi aiuterai a soffocare queste voci maledette, poi Baldini farà il resto. Una relazione, un certificato che dichiari che per motivi di salute non posso spostarmi dall’ufficio affissioni. Io lì, con Di Giacomo, ci sto bene. Se le voci spariscono io posso riprendere anche dai primi di gennaio.
Ti prego, Elena. Ti sento così vicina. E’ per questo che mi stanno martellando: perché sei vicina come non mai e hanno più paura loro di quanta ne abbia io. Si, tuo padre ha più paura di me e vuole schiacciarmi prima che il nostro destino riprenda il suo corso.

Oggi pomeriggio è passata ancora mia madre. Ha suonato più volte. Ha chiamato “Gianni!..Gianni!”, quasi sottovoce, perché si vergogna coi vicini. Io sono rimasto fermo e in silenzio. Poi ha provato a bussare, dei colpetti leggeri ma insistenti, e dopo due minuti è andata via. In serata le ho fatto una telefonata dicendole che ero stato fuori casa. E’ molto in apprensione. Spero non faccia danni.

Adesso sono stanchissimo. Vorrei piangere e sfogarmi, ma non ci riesco. I farmaci fanno anche questo, purtroppo.
Buona notte, Elena. Tenterò di dormire qualcosa.










postato da Tavor | 23:02 | commenti (5)

lunedì, dicembre 29, 2003

Elena, non sei tu. Non sei tu, non sei tu, non sei tu. Si prendono gioco di me, lo vedi? Lo leggi? E allora dimmi che è tutto vero, Elena, ti prego, ma urlalo nelle mie orecchie con la tua voce. Coprile con le tue parole, parole dolci e care, amore, amore, amore mio, le oscenità di questi maiali porci schifosi. Perché non sono persone, non sono uomini, non hanno un'anima, questi. Sono solo maiali porci schifosi. Urlami che è vero, Elena. Se tutto questo è vero, allora può finire. Se è solo finzione, se è solo malattia, non ce la posso fare. Non ce la possiamo più fare, Elena. Sono distrutto. Sono a pezzi. Non è sonno, è lavoro, è fatica atroce quella che faccio di notte; tra sogni che non sono sogni; e minuti e ore che si sgranano nel buio che strepita; infiniti minuti e infinite ore consumate a farmi scivolare addosso le volgarità che dicono, a scrollarmi di dosso i brividi e i crampi che quei bastardi procurano. Eppure, Elena, un margine c'è. Quanto manca ancora? Due, tre giorni? Li senti? Li senti? "Ti faremo scoppiare...", bisbigliano, "...con l'anno nuovo ti faremo scoppiare!". Mi trascinano al punto di rispondere, di urlare la rabbia, di replicare a quelle assurdità, ma mi trattengo perché è questo che vogliono. Farmi fare il matto, il pazzo, lo schizofrenico perso. Fare uscire i vicini spaventati e indignati, e poi qualcuno chiama il 118 e dice, c'è uno agitato che straparla, lo avete già ricoverato qualche volta, fate presto!
Non mi incastrate questa volta, maiali porci schifosi. Ce l'ho già fatta una volta. In tre giorni ho studiato il programma di un anno, tre giorni senza dormire, solo leggere e studiare, leggere e studiare e mandare a memoria. Vuoi che non ce la faccia adesso con questi bastardi vigliacchi, Elena? Ti amo ti amo ti amo ti amo, voglio la tua voce nitida, amore. La voglio sentire qua, che faccia deserto di queste maledette allucinazioni porche. Che dio vi maledica l'anima che non avete, bastardi maledetti, un cumulo di bastardi maledetti siete, e state lì ad aspettare che vi ricacci indietro le schifezze che mi state spalando addosso da una settimana e non lo faccio, non ci casco, non mi abbasso al vostro livello da schifo. Il vostro turpiloquio mi fa schifo schifo schifo. Una puzza schifosa, ma non la respiro e non la mangio nemmeno, perché ho capito che sono le medicine, tanto furbi vi credete! Prima il gas, poi le medicine. Io non mi faccio più incastrare, Elena amore mio. E Baldini nemmeno, non lo incastreranno più. Lui si fida e mi protegge, e ti aspetta insieme a me, Elena. Verrà qui tutti i giorni, per una settimana se necessario, come ha fatto oggi: parlarmi per un'ora, da dietro la porta, con quella sua pazienza; ti rendi conto, Elena, che medico è Baldini? Ti rendi conto di quanto ci tiene a me? E loro schifosi hanno incastrato pure lui, ma finirà tutta questa storia, è tutto scritto quello che fanno. E' scritto nei fogli che stanno alla posta. Baldini lo sa, gliel'ho detto. E in questi altri che ho qui in tasca; nella tasca destra la tua lettera, amore; in quella sinistra le loro porcate, tutte documentate.
Mi viene da piangere, Elena, adesso. Finalmente mi viene da piangere. Ecco le lacrime, sulla tastiera che gocciolano, mi ci bagno le dita, amore. Ecco. Ecco.
Cosa faccio adesso? Ho il respiro corto. Aspetto Baldini che domani ritorna. Mi ha promesso il certificato se gli apro la porta. Adesso ci ho messo l'armadio contro, ma lo so che non serve a niente, se vogliono entrano lo stesso. Non voglio andare in psichiatria. Questa volta è diverso, ce la posso fare, Elena, se solo tu mi parli.
Qui c'è un disordine che mi spaventa. Ho tirato fuori tutte le cartelle cliniche per vedere se mi ricordavo, ma i ricordi mi soffocano. Non devo fumare più. C'è puzza di fumo e di medicine schifose, c'è rimasto l'odore anche se ho buttato tutto giù nel gabinetto. Potessi buttare tutto il resto giù nel gabinetto, anche questa casa e questa città, tutto risucchiato all'indietro giù nel gabinetto, e rimanere io da solo ad aspettarti, Elena. Da solo come l'omino negli schizzi di Baldini, una pagina bianca, una sedia e un omino. Niente più voci, niente più medicine, niente più niente.
Ecco, in questo momento c'è silenzio.

Elena ti amo Elena mi ami Elena ti amo Elena mi ami Elena ti amo Elena mi ami Elena ti amo Elena mi ami Elena ti amo Elena mi ami Elena ti amo Elena mi ami Elena ti amo Elena mi ami Elena ti amo Elena mi ami Elena ti amo Elena mi ami Elena ti amo Elena mi ami Elena ti amo Elena mi ami Elena ti amo Elena mi ami Elena ti amo Elena mi ami Elena ti amo Elena mi ami Elena ti amo Elena mi ami Elena ti amo Elena mi ami.

Mi parli Elena?
Ti prego.

postato da Tavor | 23:55 | commenti (3)

martedì, dicembre 30, 2003

Perdonami Di Giacomo. Perdonami Baldini. Io non posso farvi entrare qua dentro, non voglio avervi sulla coscienza. E' tutta notte che pestano duro, è un calvario che non vi meritate.
Sei l'unico amico che ho. Lo capisci, Di Giacomo? E' per questo che mi vogliono allontanare da te. Vogliono togliermi le cose più care, più mie.
Perdonami. E' uno strazio ascoltarti dietro la porta. Così sono riuscito a deprimere anche te, farti piangere, credo. Non voglio rovinarti il capodanno, non è giusto. Ma non posso aprire. Riguarda solo me e Baldini, questa situazione. Quando hai detto guarda che ci faranno ancora lavorare insieme, guarda che me l'ha promesso Ghiglione, io non ci ho creduto, però mi hai commosso. Credo di volerti bene, veramente, è un sentimento difficile, ma l'ho capito solo adesso, da quando sono chiuso in questo buco di posto. Ci sono stati d'animo che si conoscono nei momenti difficili, in guerra, nel lutto, nella malattia e nella solitudine. E bisogna anche ringraziarle, queste sofferenze, per quello che ci insegnano. Ti voglio bene Di Giacomo, te lo lascio scritto. Che almeno qualcosa di buono rimanga testimoniato.
Ci sono schiarite improvvise, laggiù sulle colline. Persino il sole, e quelle nuvole veloci e libere, persino loro mi commuovono oggi. Sbarazzarmi delle medicine mi ha sciolto il cuore, e piango a singhiozzi come un bambino. Baldini mi ascolta paziente. Poi mi dice un sacco di cose. Tutte col tono giusto, ma le conosco già. Non devo credere alle voci. Lo so, lo so. Allucinazioni, paranoie, lo so. Ma le ho intorno a me, e i tuoi farmaci non sono serviti a niente. Anzi, mi sono stati ritorti contro, avvelenandomi di fetore chimico. Lo senti che non c'è più odore da quando ho cacciato via pastiglie e gocce? Come faccio a non credere al potere delle voci?
Dici che sono stordito dalla solitudine e dall'isolamento, poi mi ricordi i ricoveri precedenti e tutte le volte in cui mi sbagliavo. Ma non nominare i ricoveri, perdio! Io non ci voglio tornare in psichiatria. E' tutto diverso oggi, non è solo malattia o finzione. E' vita, questa. Vita reale. Vita vera. O forse no, io non so più.
Non riesci a sentirla - vero? - quella voce che imita il tuo modo di parlare, e mi insulta cantilenando: “…sei solo un bastardo…sei un bastardo solo…”. Sapessi quanto è reale quella voce. A volte la sento venire dalla cucina, a volte da dietro la porta, da dove sei tu. Capisci cosa significa? Capisci come vogliono rovinarci questi maiali porci schifosi? Ci vogliono mettere contro. Per questo non ti faccio entrare. Vi voglio troppo bene, a te e a Di Giacomo.
Di nuovo un cielo cupo oltre la finestra. Che scenografia oggi, che scenario da Golgota, che palcoscenico tragico, hanno allestito in pochi giorni!
Baldini, prometti di non ricoverarmi, prometti di lasciarmi tranquillo ancora un paio di giorni, il tempo che Elena mi parli e mi racconti di sè. E io te lo prometto, Baldini: non urlerò, non spaccherò niente, non getterò roba dalla finestra, non farò del male a nessuno. Però regalami ancora un paio di giorni. Torna indietro senza voltarti, io me ne starò calmo, senza disturbare nessuno. Hai la tua casa, ordinata e silenziosa. Nessuna voce intorno, solo i ricordi e qualche dolore nell'anima, come tutti. Siediti comodo nella tua poltrona e riposati. Goditi la tua solitudine, libera e taciturna. Sai quante volte avrei voluto essere al tuo posto, Baldini? Ma con affetto, non con invidia. Si, vorrei essere al tuo posto anche oggi, dietro questa porta, dall'altra parte di me. Perché siamo così uguali, ma c'è sempre qualcosa che ci divide: una diagnosi, una terapia, una porta sbarrata.
Scrivo, scrivo, scrivo. Ogni parola che scrivo sollecita un insulto che trapassa i timpani. Usano anche ultrasuoni, o qualcosa del genere: sono sibili acutissimi, appena raggiungono il cervello si dilatano in porcherie immonde ed è incredibile sentire quante cose riescono a farci stare in un fischio così breve e aguzzo.
Ma non dovrei più descrivere le loro prodezze, perché anche di questo loro si fanno vanto.
postato da Tavor | 23:27 | commenti (6)

mercoledì, dicembre 31, 2003

Termometro 4°. Ore 07:34. C'è un'alba grigia fuori. E pioggia che impregna nuvole e si trattiene.
La disciplina delle parole, Gianni. La disciplina delle parole. Non chiederti altro, questa è la risposta. Questa è l'unica cosa da salvare. Non vedi come cercano di contrastarti, assordarti, ingarbugliarti i pensieri, spingendoti altrove le mani e il cuore, lontano dalla tastiera, lontano dalla trama fitta e ritorta che è la tua vita scritta, qui, su questo schermo. Unica vita possibile, forse.
Hai ragione Baldini. E' una terapia, hai detto. Ed è stata l'unica vera terapia per i miei dolori. L'ultima terapia. E' tutta la notte che ti aspetto, Baldini. Quando arriverai? All'una, come ieri, quando l'ultimo paziente se n'è andato ed è l'ora del pasto? Ma che t'importa, puoi rinunciare anche a quello, se c'è da salvare qualcuno o qualcosa. Se c'è da salvarti dalla solitudine.
Non farlo più, Baldini, non farlo più di metterti reperibile sotto le feste. E' così triste. Non te lo meriti, Baldini.
E' tutta la notte che aspetto. Ogni tanto loro smettono all'improvviso. Smette anche la malattia, si interrompe per qualche minuto. Tu non sai, Baldini, quanto è angosciante questo silenzio. Lo fanno apposta, come a dire, ecco qua, senti che bel deserto intorno, senti il silenzio di Elena come è lungo e gelido, senti com'è la tua vita senza di noi. Sei perso. Perso, senza di noi.
E' il vuoto. Credevo di desiderarlo, ma è così angosciante. Così io non l'ho mai vissuto.
Il vuoto nel cuore, il niente intorno, solo un esistere vacuo appeso a queste parole, alla mia terapia.
Elena ti amo, ti amo, ti amo.
Camminare avanti e indietro, poi fermarsi e scrivere. Aggiungere parole. Tessere una rete, Poi camminare ancora, avanti e indietro, avanti e indietro.
Mi accuccio fra l'armadio e il muro. Conto 64 mozziconi di sigaretta intorno. Li raccolgo, li dispongo ad arco mettendoli dritti in piedi, quasi una barriera. Le voci giocano. Si fermano un palmo davanti, esitano pochi secondi, poi scattano all'improvviso ed esplodono con risate nelle mie orecchie. Non riesco più a distinguere se è la malattia o se sono loro. Non mi importa più, in fondo.
Mamma, non ti sei fatta viva. Hai paura. Sei convinta di avere scatenato la crisi dell'anno scorso, immagino. Non vuoi ripetere l'errore, vero?
Ma questa volta è diverso, mamma. Tu non c'entri. Non ce l'ho con te. Te lo lascio scritto qui. Leggi pure tutto il resto, non c'è nulla da nascondere adesso. Questa è la mia vita.
Prendi anche le chiavi. Non è più così importante.
Suonano alla porta. Non sei tu, Baldini. E' un venditore ambulante. Io aspetto Baldini. Io aspetto senza combinare nulla di grave, tranquillo, tranquillo.
Termometro 7°. Ore 11:17.
Dovrei fare ordine, ecco.
Da qui, da questa tana fra l'armadio e il muro, si vede tutto lo sporco, e le cose usate, e la spazzatura anche. Dio mio, se arrivasse Elena!
Quanto tempo ho? Quanto posso prenderne ancora? Succede a volte: può arrivare all'ultimo, lo scarto del destino. La tua voce, Elena. La tua voce. Non posso cedere adesso. Succede sempre così: le prove più dure arrivano all'ultimo. Loro stanno preparando qualcosa di grosso, forse è l'ultima prova. Forse se resisto ci lasceranno in pace per sempre. Forse. Forse.
Ecco la voce di Baldini. Sono le 13:20.
Ci parliamo attraverso la porta, è così strano. Poi, ogni tanto, mi lasci il tempo per venire a scrivere. Non è un comportamento assurdo, credimi, Baldini. Ti ricordi? Lo dicevano anche delle mie annotazioni sullo Zingarelli. Ma se non scrivo mi perdo. Se non scrivo ti perdo, Baldini. Se non scrivo perdo il senso.
Potrai leggere tutto anche tu, potrai capire meglio quello che ancora non sai.
Ho bisogno di tempo, Elena può farsi sentire da un momento all'altro. Può comparire dietro le tue spalle, improvvisamente, e la sua voce arrivare da lì. Elena cara, amore mio, ti prego!
Parlami, Baldini, adesso. Voglio solo ascoltare. Sto qui tranquillo, vedi. Non combino nulla di grave, te l'avevo promesso.
Sei una voce amica. Ancora, ancora, ancora.
Aspetta, voglio scrivere questo, adesso. Mi dici che sto male, Baldini. Dio mio! Lo so bene! Ma perchè parli di ricovero. Perchè parli di cure, di medicine, di esami del sangue? Io non voglio tornare in psichiatria. Mi fai piangere, mi fai piangere, come faccio a scrivere? Mi calmo, ecco.
Baldini, te lo dico mentre lo scrivo, LA VERITA' E' QUI FRA QUESTE VOCI, non è in un reparto dove il mio dolore è trasformato in sintomo, dove Elena è bestemmiata, definita un'ossessione, un delirio.
Elena, amore, ti prego non c'è più tempo.
Baldini non capisci che non serve ricoverarmi, che rimarremo intrappolati per sempre, io e te, coi nostri destini amputati e sanguinanti?
Adesso parla tu Baldini, ti ascolto.
Ecco di nuovo il silenzio, il vuoto. Lo fanno apposta. Per farmi ascoltare quello che non voglio. Hai chiamato l'ambulanza, ti ho sentito che lo dicevi all'infermiera. Non è un'allucinazione, questa. Allora non serve più a nulla parlare, è tutto inutile.
C'è sporco e puzza in casa. Non volevo questo. Dovrei spostare l'armadio ma non me la prendo questa responsabilità. Fate quello che volete.
"Ti tradisce, ti tradisce...", lo capisci Baldini cosa dicono quei maledetti maiali porci schifosi? Tu non puoi fare altro Baldini, io lo so. Non è tradimento, maledetti bastardi. E' colpa mia se lui è qui. E' colpa mia se non ce la faccio a resistere, maledetti bastardi.
Quanto tempo c'è ancora? Sono le 14:45. Quanto ci mette l'ambulanza a venire? Non voglio la sirena. Non voglio tornare in reparto. Se continuo a scrivere forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse forse Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena Elena
Ecco. La luce azzurra volteggia sul palazzo di fronte.
E' finita.
Dal mio balcone la mia città non c'è più. Ci sono tegole, antenne, parabole orgogliose, grondaie arrugginite, camini. Più lontano i campanili, e ancora in là - si vede appena che spunta - la cupola del palasport. E ancora più in là le colline sotto le mie nuvole amiche. E ancora più in là tutto il resto che manca alla mia vita.
Ma la mia città non c'è più.
Vorrei volare, alzarmi alto, non tornare mai più. Mi sollevo, mi sollevo, mi sollevo, mi sollevo. Lo so, non ha mai funzionato.
Quanto manca ancora?
C'è gente di sotto che si ferma a guardare. Due signori anziani si affacciano alle finestre di fronte. Oggi è di servizio la croce verde. I militi stanno tirando fuori la barella. Uno guarda in alto, mi vede. Non capisce se sono io: così tranquillo, così composto. Dov'è il matto, pensa. Poi si mette i guanti in lattice, non si sa mai.
La strada è bagnata, le persone di sotto non le ho mai viste così piccole, lontane, indifferenti. Non ho più paura. Le voci tacciono, mi regalano ancora qualche istante di solitudine e di vuoto. Adesso iniziano a bussare.
"Gianni, Gianni, non faccia così...apra la porta", dice Baldini.
"Buttati!..Buttati!", dice un bastardo.
"Ti chiudono per sempre!..", dice un altro.
Ancora un attimo. Pensami Baldini, mentre scrivo, stammi ancora vicino.
Dio, è un deja-vu! L'ho già vissuta o immaginata questa situazione. L'ho già scritta da qualche parte.
Pensami Elena, pensami forte mentre scrivo, mentre piango. Mi sento meno solo, mi aiuta.
Stanno forzando la porta. Quanto ci vuole ancora? Cinque minuti? Tre minuti?
Come sarà quando finisce? Scivolerò in alto, sulla città ritornata mia. Sarà una bella giornata, sarà tutto così semplice e chiaro dall'alto, così vero finalmente, così leggero e luminoso. Non più solitudine. Non più paura. Non più Elena mia cara. Non più amore. Non più amore. Non più amore.
Tutto intorno nient'altro che una disarmante e inutile felicità.
E' finita. Non scrivo più. Ancora pochi secondi prima di staccare tutto.
Poi decido.










postato da Tavor | 15:28 | commenti (46)