giovedì, ottobre 23, 2003

Ieri Stefania è passata dall'ufficio. Aveva perso il treno e non riusciva a rintracciare Di Giacomo sul cellulare, così ha pensato di aspettarlo in ufficio. Ci siamo detti che era un pò che non ci vedevamo. Poi siamo rimasti imbarazzati a cercare argomenti.

Così le ho detto: "Lui parla sempre di te". Lei si è illuminata di un sorriso biondo e mi ha ispirato una specie di tenerezza. Stefania dev'essere una brava ragazza. Anche sveglia, direi.

"Non dovevamo uscire una sera, si era detto?", mi ha chiesto simpaticamente, "…sabato prossimo, per esempio. Ci sono anche Alessandra e Milena".

Ho risposto che per il fine settimana sono impegnato. Si farà più avanti, ho aggiunto.

Stefania credo che sappia molto di me. Di Giacomo deve averle fatto una testa così. Quindi non ha insistito. Ha eluso con stile. Ha parlato del più e del meno, si è raccolta i capelli, poi con naturalezza li ha lasciati piovere sulle spalle. Intanto si guardava intorno. Osservava la trasandatezza che io e Di Giacomo non riusciamo più a notare. Lo faceva con tale attenzione che anch’io l’ho riconosciuta e ho detto: “C’è un po’ di disordine, ma siamo qui provvisori”. Poi ho fatto finta di prendere carte dallo schedario, di trafficare con il computer come se avessi urgenza di finire qualcosa.

Lei ha guardato l’orologio.

"Beh, ascolta, digli che sono passata di qua. Adesso sento Milano. Se posso rimandare me ne torno a casa. Digli di provare a darmi un colpo di telefono, se vuole che ci mettiamo d'accordo per la serata".

Ho detto va bene. Le ho dato la mano, ma forse si aspettava quei saluti coi baci che mi imbarazzano. Perchè c'è stato un movimento sospeso, come un'intenzione di guance che si protendono e si perdono. Ho recuperato la spontaneità del saluto con una stretta di mano elastica e una rotazione quasi naturale del corpo, avviandomi con lei alla porta. L'ho seguita allontanarsi con passo deciso, il telefonino perso fra i capelli biondi. Sono tornato alla scrivania, ho provato a rintracciare Di Giacomo, e lui ha risposto.

“Ero negli scantinati del comune", ha detto, "laggiù non prende. Adesso, invece, mi da quattro tacche”.

 

Ci sono due persone in sala d’aspetto oggi, cioè ieri.

Un signore dall’aria ansiosa: guarda continuamente l’ora e non riesce proprio a concentrarsi sulla rivista che ha in mano. Dopo cinque minuti viene chiamato dal dott. Miglietta. Non avrebbe resistito di più.

La signora accanto all’estintore ha l’aria apparentemente gioviale. E’ robusta, la faccia bella tonda. Guarda oltre la finestra, guarda me e sorride. Le rispondo con un cenno di affabilità e mi ricaccio nel giornale. Provo un lieve e indefinito disagio.

Si affaccia l’infermiera Chiara: “Signora, si accomodi pure nello studio della dottoressa”.

La signora si alza con fatica, recupera la borsetta, si avvia caracollando verso la porta e, sempre sorridendo, mi saluta: “La lascio solo. Buona giornata”.

Ho risposto buona giornata a lei.

Potevo non rispondere, in fondo. Ogni sorriso ha una specifica qualità e a ripensarci non sono così sicuro della benevolenza del suo: la lascio solo, ha detto, mica buona giornata e basta.

 

Sono le tre e mezza. Sono l’ultimo qui in sala e fa freddo. Mi sposto in accettazione. L’infermiera Chiara è sola anche lei. Ricopia diligentemente dalle agende i nomi – i nostri disgraziati nomi – su un registro. Se mi sporgo appena dal balcone riesco a leggerli anche così: capovolti, come le loro – le nostre – vite: Di Lorenzo, Rossi, Gatti, Giananti, e altri, e altri e altri.

L’infermiera Chiara avverte il mio sguardo. Alza il suo e mi interroga con gli occhi gentili.

“Chiara”, le dico, “mi dovrebbe fare un favore…”.

Lei ascolta, con la biro sospesa sul foglio.

“Volevo fare un regalo al dott. Baldini. Pensavo a qualcosa per la casa o per sua moglie…”.

Mi interrompe: “Ma no, Gianni, non stia a disturbarsi. Non è il caso, mi creda. E poi il dott. Baldini si è separato da più di un anno. Gli regali un libro che va sempre bene. Posso chiedere se ha delle preferenze, se vuole…”.

Mi farebbe piacere, Chiara, le ho risposto. Gli chieda anche se si sente solo, ho pensato. Invece ho domandato se al CIM faranno sciopero venerdì. Lei ha risposto di si: "Eccetto Baldini e l’infermiera Lucia, che terranno aperto il servizio".

Ho replicato che anch’io non farò sciopero e terrò aperto l’ufficio.
"Ormai io e Baldini andiamo d’accordo su tutto” ho aggiunto.

Ha fatto una risatina di cortesia. Poi ha continuato a ricopiarci sul registro.

In quel momento ho sentito i passi di Baldini che arrivava.

postato da Tavor | 23:59 | commenti (1)