sabato, ottobre 25, 2003

E' lo stesso. Basta scrivere. La disciplina non prevede sincronismi temporali. L'importante è certificare il tempo, dire che si esiste, dirlo a me stesso.

E' lungo - si direbbe interminabile - il corridoio del CIM, all'ora del pomeriggio in cui la luce, dalla finestra laggiù in fondo, inizia ad affiocarsi, e non resta che il pallore anemico dei neon a calare sui muri e sul pavimento di graniglia. Mi precede il dott. Baldini ed io lo seguo. Sono passi decisi, di cuoio su pavimento, i suoi. Sono cigolii più lenti, di gomma para, i miei. Passi pazienti che seguono passi. Solitudini che avanzano in questo corridoio senza fine; solitudini allacciate da vecchie diagnosi sgualcite, da scrupoli professionali, da poteri che le sovrastano.
Sette passi dalla sala d'attesa all'accettazione; diciassette passi per arrivare alla porta dello studio; altri quattro per raggiungere la scrivania in laminato. Ma ancora non è arrivato il momento di sedersi e chiedersi come va, come si è consumato il tempo questa volta, e con quali dolori.

Ci sono tempi che si consumano, tempi che si dilatano, altri che si contraggono, e le leggi che governano questi fenomeni non sono affatto comprensibili.
Perché un giorno di ricovero - cioè di vita non vissuta – equivale, nella percezione del tempo, a un mese di libertà? Perché l'infanzia e l'adolescenza ci regalano il tempo più lento, ed insieme la noia, che mai più ritroveremo?
Perché, subito dopo, il tempo accelera fino a centrifugare le nostre esistenze? Hai appena messo il naso fuori dalla porta e già sono passati vent'anni: in un soffio sei stato defraudato, scippato, della gioventù, e quasi non te ne sei accorto. Perché?
E perché, oggi, sono intrappolato nello spazio e nel tempo di questo corridoio, dove non mi resta che rimuginare i troppi pensieri, e le troppe domande per le quali nè io, nè il dott. Baldini, abbiamo risposta?

Adesso sono seduto finalmente. Baldini anche.
Cerco gli indizi del degrado esistenziale, mentre lui prende la penna, apre la cartella, e dice "mmh". Noto solamente il maglione troppe volte indossato. Per il resto Baldini appare in ordine, non sembra mostrare alcun segno della trascuratezza che accomuna gli uomini soli.
Ma lo sarà, veramente, solo? O ci sarà qualche donna amante sorella che si occupa di lui? Sarà ancora la moglie - con la quale sicuramente mantiene buoni rapporti - a organizzargli le abitudini quotidiane? O forse c'è una Grande Madre che ha riaperto le sue ali, per accogliere il ritorno dopo il fallimento?

Baldini mi guarda negli occhi, aspetta che i miei pensieri sfollino, poi inizia.
"Allora, Gianni, che mi dice?"

Attacco a raccontare le banalità a lui note: la fatica, la lentezza, il sonno che non va, le paure e tutto il repertorio che deve sorbirsi ogni giorno. Mi tengo sul superficiale, oggi. Non ho voglia di farmi sorprendere a piangere, non ho voglia di rimestare il passato e neanche di raccontare com'è andata la vacanza con mia madre.
Parlo per luoghi comuni: quelli della malattia, dei sintomi, delle cose senza significato. Uso le parole del descrivere, non quelle del capire, e faccio galleggiare tutto in superficie, senza impegno. E' già stancante così.
Però, nei momenti in cui le parole si fermano, interrotte da certe pause assorte di Baldini che mi tengono sospeso in un silenzio anche piacevole, ecco, in quei momenti scorrono nitidi certi pensieri, ai quali non ho forza di dar voce.

Questi pensieri mi raccontano che ancora non hanno capito cosa spinge Baldini a preoccuparsi per me. Ci sono questioni grosse dietro, questo lo intuisco. Però un margine di libertà, Baldini ce l'ha, ed è in quella terra di nessuno che sta tra l'occuparsi e il preoccuparsi. Occuparsi di me, in fondo, è un suo dovere. Lui, invece, si preoccupa per me, e questa è una sua scelta.
Baldini si è trovato incastrato in questa storia, dicono i miei pensieri; però c'è uno scarto fra il mettersi a posto la coscienza, l'evitare conseguenze dannose per sè, e il preoccuparsi sinceramente per un paziente.

I miei pensieri non sanno immaginare quali siano state in passato le possibilità di scelta di Baldini. I miei pensieri credono però che io l'abbia giudicato troppo severamente. Rifletti, mi dicono adesso. Forse Baldini non ha tradito il suo destino, ma è stato costretto.

Allora, per far quadrare i conti, mi dico che l'unico spazio di libertà, l'unica scelta che gli è rimasta è quella di preoccuparsi per noi due. E lui ha scelto. Ha scelto di starmi vicino con la complicità di una guardia verso il carcerato, stando attento ad evitare inutili sofferenze per entrambi. Baldini sa che da questa prigione, da questa solitudine, non si scappa, e si è rassegnato.
E quando mi chiede come va, quando mi incoraggia, quando vuole convincermi che sia tutto finto ciò che è vero, in quel momento sta parlando a sè.
Per salvarci non ci resta che questo: ritrovarci nella solitudine dell'altro e aspettare.

Questo raccontano i miei pensieri, ma non ho la forza di dar loro voce. E quando Baldini ritorna a parlare io risalgo a galleggiare in superficie, e mi sembra strano, tanta è la pesantezza che sento dentro.

postato da Tavor | 21:54 | commenti (2)