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lunedì, novembre 03, 2003
Un sogno del dormiveglia. Questa mattina.
Cammino per la mia città e mi perdo. Cerco di ritrovare il cammino, ma sono disorientato dall'intreccio di strade senza nome. Le percorro a caso, e arrivo nei quartieri periferici di una città in macerie. E' Sarajevo, Beirut, Grozny. E' la periferia di tante città bombardate, ferite e abbandonate.
Questa non è più la mia città, penso, mentre vago senza meta.
Non c'è nessuno in giro. Cammino per ore - per il tempo dei sogni - costeggiando cumuli di calcinacci, grovigli di ferro e cemento, muri anneriti dagli incendi.
Mi aggiro fra abitazioni sventrate, fra palazzi butterati dall'artiglieria e selciati divelti. C'è polvere, tanta polvere.
Poi entro in un androne, salgo le scale sconnesse e precarie. La ringhiera traballa, regge appena. Dai vetri spezzati spira un'aria ruvida carica di calce, che brucia la gola e agita foglie secche e pagine di giornale sparse un po' dappertutto. Percorro un corridoio, scansando sedie rotte, travi di legno, mattoni, tegole e intonaco.
E' il tempo dei sogni: il corridoio sembra non finire mai; la notte arriva all'improvviso. C'è una luce tremolante che filtra da una porta lontana, luce di candela. Avanzo con cautela, perché nel buio faccio fatica a distinguere.
Adesso sono davanti alla porta. Penso: "Sarà tutto finto? Sarà un film? Sarà un sogno?".
Ho paura. Se è un sogno, voglio tornare indietro e svegliarmi. Poi mi faccio coraggio e apro la porta.
Nella stanza - in mezzo alla stanza - seduto su una sedia c'è un uomo. Mi dà le spalle, ha il busto ricurvo, sembra stanco, forse è appisolato. Rimango qualche istante ad osservarlo, ascolto il suo respiro affaticato. Poi, non so perché, dico ad alta voce: "Io sono arrivato".
Pronuncio le parole lentamente, con la solennità di una dichiarazione, e in quel momento mi accorgo di non avere più paura.
L'uomo si volta, è anziano. La candela, appoggiata sul pavimento, ne accentua i lineamenti del volto.
Dice solo una frase: “Io sono arrivato da tempo”.
Mi avvicino, ci sorridiamo.
“Dove siamo qui? Che città è questa?”, gli domando.
“Questa, Gianni, era la bella Buenos Aires”.
Mi sorprendo: conosce il mio nome. Però - mi dico - è possibile. E' un sogno.
Ho il timore di potermi svegliare; se mi muovo, sicuramente mi sveglio. Così rimango fermo, la mano appoggiata alla maniglia.
“Siamo a Buenos Aires, quindi?” insisto.
“Buenos Aires, si. Dopo la grande solitudine”.
Sto attento a non muovermi, adesso ho paura di svegliarmi, voglio rimanere in questo sogno. Ho ancora domande da fare.
“Conosce mio padre?”, domando, “lui vive in Argentina”.
“Vivevamo tutti a Buenos Aires, c'era aria buona qui, allora”, dice l'uomo.
“Lo conosce?”, ripeto con l'ansia sulla voce.
Non mi risponde. Si solleva lentamente dalla sedia, con molta fatica.
“Io adesso devo andare”, dice, “può sedersi qui, se vuole”.
Adesso riconosco la voce di Baldini: la stanza è diventata il suo studio, e io mi trovo seduto sulla sua sedia, dietro la scrivania.
L'uomo è Baldini e non lo è. Ha preso il mio posto accanto alla porta e mi guarda con tenerezza.
“Io adesso devo proprio andare”, ripete.
Così dicendo apre la porta, e io in quel preciso istante mi sveglio. Sono le 05:14.
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