domenica, novembre 23, 2003

Elena cara,

sono giorni e giorni che ci penso e non sono giorni facili.

Sto perdendo pezzi, me ne rendo conto. Ho preso ferie e consumo il tempo chiuso in casa, rigirando fra le mani una lettera sgualcita.

 

Sto male, e allora penso che solo una lettera forse mi aiuterebbe. Mi aiuterebbe scriverla, e ci sto provando in qualche modo, lo vedi, ma continuo a buttar giù e cancellare. Scrivere e cancellare. Una fatica inutile, in fondo, perché comunque non potrò spedirti nulla, né tu potresti rispondere, per i motivi che sappiamo.

Una lettera vera, di carta e inchiostro, come questa che tengo in mano, sarebbe un’altra cosa: sarebbe la speranza trasformata in gesto, sarebbe il fruscio di una busta oltre lo sportellino di acciaio di una buca rossa, nell’attimo preciso in cui le dita allentano la presa e si rinuncia a conoscere, a sapere il destino delle parole scritte e affidate a quel buio.

Una lettera vera sarebbe soprattutto un dubbio che consola. Il dubbio – ultima declinazione della speranza – che la busta sia finita impigliata in qualche giunzione di lamiere, o nelle pieghe del sacco, o che sia scivolata a terra durante la levata, o volata via dai carretti grigi che ingombrano i marciapiedi delle stazioni, o addirittura imboscata, dispersa, bruciata, da un portalettere disonesto e negligente.

 

Quante lettere avrò spedito in quegli anni? Quante volte ho aspettato una risposta che non è mai arrivata? Eppure la speranza mi ha accompagnato fino a questi giorni. La speranza di una risposta non ha mai tradito la certezza di un destino.

 

Vedi Elena, ad una lettera vera, di carta e inchiostro, si può affidare la responsabilità dell’attesa, dell’assenza e del silenzio, anche se il dott. Baldini mi disse che, in fondo, di che altro si tratta, se non dell’estremo pretesto per illudersi?

Questo sto pensando da giorni e giorni. Poi finalmente questa sera ho deciso. Ho deciso che forse posso ancora sperare. Devo ancora credere che qualcosa sia possibile. E cancello e scrivo, perché oggi non so fare altro.

 

Però non ho più il tuo indirizzo, Elena, e posso scriverti solo su uno schermo, dove le parole esauriscono in microsecondi i loro percorsi di speranza, e rimangono poi lì, incise come epitaffi di un cimitero virtuale.

Non si può ritrovare una lettera che si è perduta, ma chiunque può scovare queste pagine, se vuole, se può, veramente cercarle: è tutto così visibile e trasparente. Così inevitabile.

Qui sullo schermo lo scarto tra ciò che si spera e ciò che non si ottiene è colmato, ripianato, annullato. Se non c’è risposta, non è più questione di lettere perdute lungo il percorso: è il destinatario che si è perduto. Ostaggio perduto nell’intreccio di intenzioni malevole.

 

L’altro mercoledì – mi sembra passato un anno - sono andato dal dott. Baldini. Volevo proporgli di segnarmi un antidepressivo, sentivo di averne proprio bisogno: non sopportavo di passare i pomeriggi a letto, continuando coi miei mutismi a mettere in imbarazzo le persone che ho intorno – non molte a dire il vero.

Sono arrivato al CIM di pessimo umore, e anche le infermiere se ne sono accorte.

Baldini mi ha subito messo al corrente che mia madre lo aveva chiamato, preoccupata per la storia della serratura.

Ho iniziato a spiegare a Baldini tutte le buone ragioni per cui lo avevo fatto, ma il telefono – dio, come lo odio - si è messo a suonare e lui, come al solito, ha risposto.

Poi si è alzato, si è scusato – “C’è un piccolo problema”, ha detto – e si è avviato verso l’accettazione.

Io, io sono un grosso problema - ho pensato. Possibile che anche nel mondo dei problemi io debba avere un piazzamento mediocre? Che io debba essere considerato un problema di seconda scelta?

Poi lo sguardo è caduto sulla scrivania, sulla mia cartella clinica.

Era da un pò che ci pensavo e volevo farlo. Quel mercoledì l'ho fatto.

L’ho aperta, ho cercato le lettere che avevo visto il mese scorso. Ho preso la prima che mi è capitata - avevo paura cha Baldini rientrasse - l'ho tolta in fretta dalla busta e l'ho infilata nel taschino. Poi ho rimesso la busta di nuovo in mezzo alle altre nella cartella. Ma prima ho guardato bene: non c'era il mittente, solo il timbro postale di Milano. Prima che Baldini tornasse, ho rimesso tutto a posto, la cartella bene allineata come l’avevo trovata.

Baldini è rientrato dopo qualche minuto.

Mi sono subito sentito in colpa, e per tutto il colloquio ho temuto che lui si accorgesse di qualcosa. Mi sentivo trasparente, così mi sono stretto le braccia addosso, per proteggere la lettera e la mia coscienza, e me ne stavo tutto curvo su me stesso, come intirizzito dal freddo.

Alla fine non ho più nemmeno chiesto il cambiamento di terapia, avrebbe fatto troppe domande e io volevo andar via subito.

Lui è sembrato contento e ha pure detto che mi vedeva migliorato. Io non vedevo l'ora di uscire, di andare a casa, e sentirmi finalmente al sicuro. Ho guardato l’orologio con insistenza. Alla fine Baldini mi ha scritto le ricette, e ci siamo salutati.

Dal Cim a casa è stato un attimo. Ho attraversato la città natalizia come un ladro braccato. Sentivo il contrasto fra l’aria affilata e il calore nel petto, proprio lì dietro al taschino.

Appena arrivato mi sono buttato sul letto. Ho ripreso fiato, e ho cominciato a leggere.

 

Adesso, Elena, questa lettera sgualcita è l’ultima cosa che posseggo di te. Guizzi d’inchiostro blu, e un tratto deciso, come di parole sferzate dal vento, tutte piegate a destra.

Puoi ricordare forse? Scrivevi alla d.ssa Montanari, che poi – non so se l’hai saputo – è mancata dopo qualche anno, per un incidente stradale. Una brava persona, che sapeva come prendermi e mi ha molto aiutato

Le scrivevi – hai scritto – perché non riuscivi a parlarle al telefono.

Ecco, te la ricordi quella lettera?

 

Gentile dott.ssa Montanari,

ho pensato di scriverle, perché è veramente difficile riuscire a rintracciarla al telefono, e forse non riuscirei nemmeno a parlare serenamente. Tutta questa vicenda mi ha molto scosso, e da alcuni mesi sto andando da uno psicologo, che con molta pazienza mi ha permesso di mettere ordine fra le emozioni di questo periodo. Mi sento ancora molto in colpa e responsabile per quello che è capitato. Mi dico sempre che avrei dovuto accorgermi subito che Gianni non stava bene e forse avrei dovuto risolvere prima i miei problemi con i genitori, invece di aspettare che loro li scaricassero su di lui, precipitando la crisi. Soprattutto non riesco a dimenticare il viaggio in Francia e il terribile momento del ricovero. Io spero che una cosa del genere non succeda mai più.

Come le avevo già detto nel colloquio di settembre, Gianni ha continuato a telefonarmi e a scrivermi. Purtroppo i miei genitori sono molto irritati e io non riesco ad avere un rapporto sereno con loro. Il risultato è che loro non mi passano le telefonate e riesco a ricevere solo alcune lettere, quelle poche volte che riesco a precederli. Gianni sta ancora molto male. Al telefono continua a fare i soliti discorsi, ha manie di persecuzione e, per quanto ne capisco, credo che continui a sentire delle voci. Da quando ci siamo trasferiti io non l’ho più visto e sono terribilmente confusa. Sento la morte nel cuore, e nello stesso tempo una liberazione. E’ brutto da dire, ma è così. L’anno prima che ci trasferissimo è stato angosciante. Io mi sentivo fra l’incudine e il martello. Da un lato c’era Gianni e il mio affetto per lui, dall’altro i miei genitori che hanno affrontato la situazione duramente, con le denunce alla polizia e tutte le cose che le ho già raccontato. E certo Gianni non ha facilitato le cose, con le sue minacce, le telefonate anonime e i bigliettini pieni di insulti (ne allego due in modo che lei si possa rendere conto).

Gentile dottoressa, io Gianni continuo a sognarlo di notte. Gli ho voluto un bene immenso, e ancora oggi, credo. Ma non ce la faccio più. A volte ho paura di diventare malata anch’io. Sono troppo spaventata. Soprattutto non riesco a reggere le tensioni con i miei, che esplodono ogni volta che lui telefona o si fa vivo. Come lei mi ha consigliato, io ho smesso di chiamarlo, anche se è difficile. Rispondo solo alle sue telefonate, quelle che riescono a sfuggire il filtro dei miei genitori. Questo non posso negarglielo. Ho parlato col mio psicologo per sapere come comportarmi in futuro, come arrivare a dirgli che la nostra storia è finita, come evitare di ferire ancora la sua anima così sensibile. Mi ha consigliato di prendere tempo, di non fare nulla che io avverta come uno strappo o una forzatura, insomma di seguire con prudenza quello che mi sento di fare giorno per giorno. Mi ha però avvertito che Gianni non guarirà mai e che di questo devo assolutamente tener conto. Lei cosa ne pensa dottoressa? E’ giusto quello che dice il suo collega? Lei non ha casi simili a quello di Gianni, che poi sono guariti prendendo regolarmente delle medicine? In ogni caso non cambierebbe molto, ma mi aiuterebbe a prendere una decisione almeno opportuna su un piano razionale. Se Gianni non può guarire, io non credo di poter ancora aiutarlo. Bisogna essere forti per questo, e io non lo sono più. Non voglio creare illusioni e aggravare di più una situazione già così difficile.

Nel frattempo ho ripreso l’università e spero di riuscire a laurearmi il prossimo anno. Ho bisogno di crearmi un futuro e voglio lasciare questa casa quanto prima possibile, non ce la faccio più a vivere con i miei, e anche su questo sto ricevendo molto aiuto dallo psicologo.

Gentile dottoressa, mi perdoni lo sfogo e le contraddizioni, ma le ho detto che sono spaventata e confusa. So che quello che ho scritto non le servirà a chiarire ciò che probabilmente ha già chiaro. Forse mi aspetto che lei possa aiutare Gianni ad accettare la fine della nostra storia o forse mi illudo che lei possa fare al posto mio ciò che spetta solo a me, cioè dirgli chiaramente, quando sarà il momento buono per lui, che io ho bisogno di stare da sola e di pensare alla mia vita.

Come le avevo promesso, oltre ai biglietti di Gianni, le invio anche la lettera di dimissioni dell’Ospedale di Nizza, che ho finalmente ritrovato fra i cartoni del trasloco. Non so se le può servire, perché mi pare dica le stesse cose che lei mi aveva già anticipato. Per favore, se può, avverta lei la mamma di Gianni, perché non mi sento di telefonarle.

La ringrazio infinitamente per la sua pazienza. Le lascio il mio numero di telefono, se volesse avere altri chiarimenti, o se avesse bisogno di comunicare con me.

Grazie ancora.

 

Ho provato a chiamare quel numero, Elena. Puoi immaginare con quali emozioni. Risponde una signora di Milano, che alla terza volta si è un po’ seccata. Mi ha detto che abita lì da cinque anni e non sa chi fossero i precedenti inquilini.

 

Vedi, Elena, io quella lettera non l’ho mica capita.

Continuo a pensare delle cose, ma il risultato è che mi sono avvilito ancora di più e ho dovuto starmene a casa per una settimana. Domani voglio riprendere e l’unico modo per uscire da questo silenzio, da questa settimana di agonia, era scriverti, come non ho più fatto da troppo tempo. Scriverti che vent’anni sono passati e ti ho sempre nel cuore. Scriverti che in vent’anni molte cose sono cambiate e ci sono destini che pretendono di essere onorati. Scriverti che vent’anni sono passati e non hai mai smesso di amarmi, Elena.

postato da Tavor | 15:33 | commenti (6)